Addio a Rita Levi Montalcini, faro dei giovani ricercatori

Si è spenta oggi, 30 dicembre, a 103 anni una delle menti più brillanti del nostro Paese, Rita Levi Montalcini, la prima donna ad essere ammessa alla Pontificia Accademia delle Scienze, nonché premio Nobel per la medicina nel 1986. Nata a Torino nel 1909 da una famiglia di ebrei abbandonò l’Italia nel 1938 a causa delle leggi razziali, quando era solo all’inizio delle sue ricerche, per farci ritorno due anni più tardi, quando allestì un laboratorio domestico situato nella sua camera da letto per proseguire le sue ricerche. Negli anni Cinquanta ottenne i frutti del suo lavoro, scoprendo e identificando il fattore di accrescimento della fibra nervosa o Ngf. Furono proprio questi risultati a farle ottenere il Premio Nobel per la medicina. Oltre a ciò ricevette numerosi altri riconoscimenti fra i quali sei lauree honoris causa: dall’Università di Uppsala, dal Weizmann Institute di Israele, dalla Saint Mary University e dalla Constantinian University (USA), dalla Università Bocconi (Milano), dal Politecnico di Torino e nel 1991 ha ricevuto la laurea honoris causa in medicina anche dall’Ateneo Triestino.

Nel 1963 è stata la prima donna scienziata a ricevere il Premio Max Weinstein, donato dallo United Cerebral Palsy Association per contributi eccezionali nel campo della ricerca neurologica. È membro della American Academy of Arts and Sciences, la National Academy of Sciences, e della Accademia Nazionale delle Scienze. In seguito a questi risultati è stato nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il 1º agosto del 2001.

Rita Levi Montalcini festeggia i suoi 103 anni il 22 aprile scorso.

Come scienziata ha spesso affrontato il tema del rapporto tra le nuove generazioni e lo sviluppo tecnologico, del quale ha descritto anche i limiti:«Oggi, rispetto a ieri, i giovani usufruiscono di una straordinaria ampiezza di informazioni; il prezzo è l’effetto ipnotico esercitato dagli schermi televisivi che li disabituano a ragionare, oltre a derubarli del tempo da dedicare allo studio, allo sport e ai giochi che stimolano la loro capacità creativa. Creano per loro una realtà definita che inibisce la loro capacità di “inventare il mondo” e distrugge il fascino dell’ignoto». Diventata punto di riferimento per molti giovani ricercatori e non solo, a partire da quando, nel 1992, istituì in memoria del padre la Fondazione Rita Levi-Montalcini, rivolta alla formazione dei giovani, nonché al conferimento di borse di studio universitarie a studentesse africane  nel progetto “Un convitto per le ragazze Tuareg”, con l’obiettivo di creare una classe di giovani donne che svolgessero un ruolo da leader nella vita scientifica e sociale del proprio paese. Si è battuta per loro in varie occasioni, l’ultima iniziativa nel marzo scorso, quando rivolse un appello al Governo Monti riguardo al decreto sulle semplificazioni, “affinché non cancelli il futuro di tanti giovani ricercatori, che coltivano la speranza di poter fare ricerca in Italia”. Il suo rapporto con le nuove generazioni è sempre stato ottimo, nella sua vita le ha invitate a non concentrare l’attenzione solo su sé stesse, a partecipare ai problemi sociali e fare proposte volte al miglioramento del mondo attuale: “Dico ai giovani: non pensate a voi stessi, pensate agli altri. Pensate al futuro che vi aspetta, pensate a quello che potete fare, e non temete niente. Non temete le difficoltà: io ne ho passate molte, e le ho attraversate senza paura, con totale indifferenza alla mia persona.”

Attiva anche nel sociale, già nella prima metà degli anni Settanta è stata protagonista dell’attività del

Rita Levi Montalcini riceve il Premio Nobel per la medicina nel 1986.

Movimento di Liberazione Femminile per la regolamentazione dell’aborto. Prese parte anche a campagne di interesse politico come quelle contro le mine anti-uomo, o per la responsabilità degli scienziati nei confronti della società. Nel 1998 si schierò a favore della fine del proibizionismo, aderendo all’appello rivolto al Segretario Generale dell’Onu con il quale si auspicava la liberalizzazione della droga ai fini di sottrarre i giovani al mercato illegale. Negli anni successivi, tuttavia, dichiarò che il consumo di droghe leggere può favorire l’accesso a droghe più forti.

Una donna che ha avuto il coraggio di seguire i propri sogni in tempi in cui la libertà era un privilegio, e che per tutta la sua vita non ha mai smesso di lottare per le uguaglianze di sesso, religione e cultura. Una mente aperta sempre rivolta al futuro. Per riassumere il suo spirito nulla è meglio di uno dei suoi pensieri “Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella zona grigia in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva, bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi.”

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Chiara Zanchetta
In testa un uragano di idee, in tasca due lauree in Comunicazione. Nella vita? Chi lo sa