Addio bianco e nero, ora la storia è a colori

Una foto racconta molto di più del soggetto che riprende. Non sono solo persone, solo luoghi. Sono squarci di storia, a cui ora, grazie al progetto Colorized History, degli artisti di Photoshop hanno donato l’espresssività del colore.

Il bacio del marinaio.

È il 14 agosto 1945 e la radio annuncia la resa del Giappone. La seconda guerra mondiale è finita. Una giovane infermiera, con ancora indosso la sua divisa bianca, è a Times Square, dove una fiumana esultante di gente si abbraccia e festeggia. Anche un aitante marinaio sta celebrando la fine del conflitto. La vede, la abbraccia e la bacia appassionatamente. Un fotografo esule dalla Germania, con la sua Leica in mano, immortala il bacio. I due si lasciano, non si conoscono e non si rivedranno mai più.

Il fotografo è Alfred Eisenstaed e lavora per la rivista Life. Una settimana dopo quella foto viene pubblicata e diventa uno degli scatti più iconici della seconda guerra mondiale. Ancora oggi resta a rappresentare la rinascita, la voglia di ricominciare, il trionfo della vita sulla morte.

Per trent’anni Alfred ha cercato i due sconosciuti. Poi Edith Shain si fa avanti. Era lei l’infermiera. All’epoca aveva 26 anni e lavorava presso il Doctor’s Hospital di New York. Un’amica le aveva riferito la notizia appresa alla radio ed erano corse in piazza a festeggiare, come tutti quel giorno. L’identità dell’impetuoso marinaio resta invece un mistero, che la morte di Edith nel 2010, a 92 anni, rende probabilmente irrisolvibile.

“Amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. Che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.”

E’ il 28 agosto del 1963. 250 mila persone marciano per le vie di Washington. A guidarli è il reverendo Martin Luther King. Chiedono una legge sui diritti civili, la fine della segregazione razziale nelle scuole, un programma di lavori pubblici federale, il blocco delle pratiche di lavoro scorrette e un salario minimo di 2 dollari.

Dalla stanza ovale il presidente John F. Kennedy e suo fratello Robert, procuratore generale, guardano con preoccupazione quella marea di persone, col timore che una scintilla incendi la più grande protesta mai vista in America. Oltre cinque mila riservisti vengono chiamati per implementare la sicurezza, si vietano gli alcolici. Il New York Times scrisse poi «Sembrava che ci fossero più poliziotti che manifestanti».

La processione si ferma davanti al Lincoln Memorial. Martin Luther King sale sul palco e inizia a parlare “Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla Storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro Paese”. Dal pubblico una voce si leva “Parla del sogno, Martin! Parla del sogno!”. Lui mette da parte i fogli su cui aveva preparato il suo discorso e dice “Io ho un sogno”. A braccio, guardando la folla che si è radunata per affermare l’uguaglianza di tutti gli uomini, Martin Luther King pronuncia le parole che cambiarono per sempre la lotta contro il razzismo.

Poche ore dopo la conclusione di quella marcia pacifica, Il presidente JFK riceve il reverendo alla Casa Bianca e lo accoglie con le stesse parole ” Anche io ho un sogno”.

Albert Einstein a 71 anni.

E’ il 14 marzo 1951, Università di Princeton, Stati Uniti. Albert Einsten sta festeggiando il suo settantunesimo compleanno. Nel Paese di Hollywood anche lui riceve il trattamento celebrità, i fotografi si accalcano gridando il suo nome. Esasperato, fa una linguaccia, poi si gira di scatto. Arthur Sasse è il più fortunato di questi fotografi e riesce a immortalare il genio in quella posa buffa.

Con quella foto l’eccentrico scienziato diventa caro al pubblico, non è un vecchio con i capelli spettinati e l’aspetto trasandato, ma il genio “vicino di casa”, un mito su cui la gente inizia a ricamare leggende, come quella per cui sarebbe stato bocciato in matematica (voce falsa, ma esprime bene il sentimento della gente, “Einstein è uno noi”).

Grazie a questo scatto la gente vede per la prima volta gli scienziati come persone approcciabili. La scienza non è più solo per l’elite, ma viene spiegata con parole più semplici perchè tutti possano capire. La divulgazione scientifica assume nuovi caratteri. Nasce in breve la leggenda del genio del popolo.

Persino ad Einstein piaceva questo scatto, tanto che una volta lo usò come cartolina d’auguri per i suoi amici più intimi. L’originale invece è stato battuto all’asta per 72’300 dollari.

Non toccate i sigari di Winston Chirchill.

E’ il 30 dicembre 1941. Winston Churchill ha appena tenuto un discorso alla Canadian House of Commons. Il fotografo di fiducia del primo ministro canadese, Yousef Karsh, è stato incaricato di ritrarre il premier Britannico. Scocciato per non essere stato avvisato prima della cosa, Churchill si avvicina a Karsh e seccamente gli comunica “Due minuti, ha solo due minuti”. Intanto si accende un sigaro. Karsh gli chiede gentilmente di spegnere il sigaro e al rifiuto dello statista decide di avvicinarsi e togliergli di bocca l’oggetto della discordia. Torna alla sua macchina fotografica e ritrae Churchill furibondo in tutto il suo cipiglio, oltraggiato per il gesto del fotografo. Sopracciglia corrucciate, sguardo che fa gelare il sangue. Karsh però non si scompone. Di origine armena, fin da piccolo ha dovuto affrontare la persecuzione del suo popolo nella natia Turchia, non sarà di certo un uomo a turbarlo.

Dal canto suo Churchill, abituato a gente che piega la testa dinanzi a lui, apprezza subito il valore del fotografo, gli si avvicina sorridendo e tendendogli la mano afferma “Me ne può fare un’altra. Lei può fotografare un leone che ruggisce“. La seconda foto ritrae un Churchill sorridente e sereno.

Sarà comunque la prima foto a fare la storia, ripresa nelle prime pagine di riviste come Life e Time.

 

 

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