Al Bobbio torna in scena l’umiliazione di genere

“Da dove nasce il modello di femminile? Si nasce o si diventa donna? E gli uomini? E le categorie? E le classificazioni?”

Si è tenuto ieri sera, al teatro Bobbio, Dell’umiliazione e della vendetta – operetta comica in un atto, lo spettacolo che porta avanti la rassegna Femminile singolare, organizzata quest’anno da La Contrada. Regista, attrice e sceneggiatrice questa volta era Marcela Serli, artista argentina non nuova a lavori rivolti a temi sociali. È stata proprio lei ad affermare che quella portata in scena sarebbe stata «Un’operetta ripugnante. Dolorosa e ridicola. A proposito di donne. E di uomini. Un’operetta morale sull’immorale» con cui le attrici, accompagnate dalla musica di Stefano Schiraldi, avrebbero cercato di scioccarci.

Marcela Serli, regista, attrice e sceneggiatrice dell’operetta.

Alcuni potevano ritenere fosse una descrizione esagerata, invece era un avviso. Quello che la Serli ha portato in scena, insieme alle donne che hanno preso parte ai Laboratori teatrali sull’umiliazione di genere, era uno spettacolo forte, crudo, quasi violento e, senza alcun dubbio, attuale.
Su un palco quasi spoglio sono state presentate le varie realtà del mondo femminile: dalle vecchie femministe alle giovani candidate ai concorsi di bellezza. Questi gli stereotipi da cui la Serli ha voluto partite, per parlare poi delle violenze subite dalle donne. Violenze non solo fisiche, ma più spesso psicologiche. Esclusioni e divieti derivanti dal solo fatto di essere donna «Non mi lasciavano giocare a calcio, anche se il pallone lo portavo io» o «Mente preparavamo uno spettacolo dovevano far passare dei cavi sotto al palco. Gli altri allestitori hanno detto ‘Manda la mula, così si abitua a stare a 90’» raccontano le protagoniste. E poi dati sulle violenze, sugli abusi, nozioni sulle difficoltà che le donne devono affrontare solo per il fatto di non essere uomini, il tutto raccontato con un ritmo incalzante, veloce, che rappresenta al meglio la frenesia dei nostri giorni. Una vita che diventa quasi una corsa ad ostacoli dove le donne richiedono solo l’uguaglianza: avere salari uguali agli uomini, non dover temere di rientrare da sole la sera, essere guardate negli occhi mentre parlano. Richieste forse banali ma, come rende chiaro lo spettacolo, ben lontane dall’essere soddisfatte.

Le donne però non sono solo vittime, ed ecco allora la decisione di snocciolare, uno dopo l’altro, i nomi di chi si è fatta valere: Olympe de Gouges, scrisse La dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina e venne decapitata, Angela Davis, attivista del movimento afroamericano negli Stati Uniti, Aleksandra Michajlovna Kollontaj, la prima donna nella storia ad ottenere il ruolo di ambasciatrice, Marie Curie, scienziata che scoprì il polonio e la radioattività, e molte altre. Scienziate, femministe, scrittrici, artiste, casalinghe, operaie: tutte a combattere per i propri diritti.

Un’operetta costruita su un continuo contrasto tra leggerezza e soprusi, racconti di violenza, omicidi e scuse assurde per essere perdonati, o per perdonare. Tutte azioni che hanno come unico fine la ricerca di libertà, raggiungibile non attraverso l’imitazione dell’uomo, ma dal riuscire ad essere se stessi senza timori nè vergogna.

«Genere ne esiste solo uno: quello femminile. Maschile non è un genere. Maschile è generale. Non sono solo le donne a dover smettere di imitare gli uomini per sentirsi libere, ma l’intera specie umana deve cercare altrove la propria libertà».

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Chiara Zanchetta
In testa un uragano di idee, in tasca due lauree in Comunicazione. Nella vita? Chi lo sa