Al Rossetti l'estasi di Jobs è il tormento di tutti noi

A destra Fulvio Falzarano al fianco di Giampiero Solari

Apple. Iphone. Ipod. Queste tre parole, che fino a non molto tempo fa erano sconosciute, al giorno d’oggi sono diventate di uso comune. Queste tre parole sono l’immagine di ciò di cui al giorno d’oggi abbiamo più bisogno, ma che fino a non molto tempo fa, non sapevamo nemmeno lontanamente di volere. Ed è proprio ciò che ci ha voluto raccontare Mike Daisey con il suo “Il tormento e l’estasi di Steve Jobs”, spettacolo tradotto per l’Italia dal triestino Enrico Luttmann, e portato sul palco della Sala Bartoli del Teatro Rossetti, in anteprima nazionale il 6 febbraio, da un coinvolgente Fulvio Falzarano, diretto dal regista Giampiero Solari.

In un monologo di un’ora e mezza, Mike Daisey, drammaturgo americano improvvisatosi giornalista d’assalto, incarnato per il pubblico italiano da Falzarano, ci guida all’interno delle contraddizioni di uno dei personaggi simbolo del nostro XXI secolo: Steve Jobs, co-fondatore della mitica Apple (per quei pochi che non lo sapessero).
Lo spettacolo cerca di aprirci gli occhi e di farci capire cosa c’è dietro lo sfavillante modo della mela più famosa al mondo, Eva permettendo.
E’ facile parlare dei sistemi di produzione delle grandi aziende, come appunto la Apple, che pongono le fabbriche in Cina, e affidano il compito di costruire quella tecnologia irresistibile alle mani di operai cinesi sottopagati e trattati come fossero anch’essi delle macchine. Mike Daisey ci racconta di essere andato a Shenzhen, città cinese dove si trova la Foxconn, la fabbrica con 430.000 persone che assemblano Iphone e MacBook vari, e dove il numero di suicidi è tragicamente alto.
Graffiante e ipnotico, “Il tormento e l’estasi di Steve Jobs” descrive a colpi di battute quello che è il tormento e l’estasi di tutti noi: amanti della tecnologia e del design offerti dalla Apple, disposti a spendere cifre considerevoli per acquistare il computer migliore sul mercato (che magari non sappiamo usare, ma non importa). E soprattutto, noi siamo conoscitori della loro provenienza, informazione che però seppelliamo e cancelliamo con un bel CTRL+Z.

Il monologo è un excursus sulla vita di Jobs, dai suoi primi affari con Steve Wozniak, fino alle più recenti creazioni, passando per le estreme sfumature del suo carattere. Non ci sono intenti di denuncia, ma c’è solo la volontà di portare a conoscenza e di mostrare veramente cosa c’è dietro il nostro benessere. Noi già sappiamo chi paga il prezzo dei nostri cellulari, dei nostri computer e dei nostri vestiti, ma non ne prendiamo mai veramente coscienza.

“Il tormento e l’estasi di Steve Jobs” potrebbe essere visto come uno dei numerosi passi in avanti per avvicinarci alla verità e diventare liberi. Ma una volta ottenuta la conoscenza, come va utilizzata? Si può davvero cambiare il mondo?

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Marta Zannoner
Prima o poi la troverò una frase accattivante da scrivere. Forse.