Applausi e risate per L’importanza di chiamarsi Ernesto

L’importanza di chiamarsi Ernesto è a ragione una delle commedie più accattivanti di Oscar Wilde. E nonostante la notevole quantità di tempo passata dalla sua creazione, e nonostante i tredici anni di assenza da Trieste, quest’opera non smette di far ridere il pubblico più diverso. Infatti, non ha fatto eccezione lo spettacolo che ha debuttato mercoledì 19 febbraio al Teatro Rossetti, per la regia di Geppy Gleijeses, che è anche uno dei protagonisti.

Da sinistra Geppy Gleijeses, Lucia Poli e Marianella Bargilli.

La storia è d’amore, ma i dialoghi sono pur sempre di Oscar Wilde, una garanzia di humor, con una lieve punta di acidità che non fa mai  male. La comicità è generata dalla semplice bugia legata ad un nome, ovviamente Ernesto, sul quale si costruiscono una serie di equivoci legati a due uomini, che amano condurre due stili di vita diversi in città ed in campagna, e che perciò adottano una doppia identità. La situazione si complica quando entrambi vogliono conquistare le fanciulle dei loro desideri, ostacolati da una zia “profondamente superficiale”.

A colpi di battute irriverenti che offrono uno spaccato sulla società dell’epoca, e alcuni dei concetti espressi sono perfettamente adattabili anche ai nostri giorni, le scene si rincorrono sul palco, e vanno giù come un bicchiere di un buon vino o, come forse in questo caso è più appropriato dire,  una tazza di tè.
Che dire ancora? “Non c’è niente di più terribile che scoprire di aver detto la verità per tutta la vita” (forse un po’ parafrasata, ma il concetto è quello).

Consigliato? Assolutamente sì! Numero uno, si tratta di Oscar Wilde, e vale sempre la pena vederlo. Numero due, è un’ottima occasione per imparare numerose frasi ad effetto da sfoggiare alle cene con gli amici, in modo da lasciarli basiti e far loro credere di essere incredibilmente intelligenti.

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Marta Zannoner
Prima o poi la troverò una frase accattivante da scrivere. Forse.