Ariella Reggio, una vera Calendar Girl

Dal 2 al 6 dicembre il Politeama Rossetti ospita Calendar Girls per la regia di Cristina Pezzoli. Lo spettacolo, magistralmente condotto e interpretato, vede in scena sei protagoniste che si mettono a nudo con eleganza e stile per uno scopo di tutto rispetto: un’azione di beneficenza.
Annie (Laura Curino) perde l’amato marito a causa della leucemia, così Chris (Angela Finocchiaro) decide di proporre una raccolta fondi alternativa per poter fare un piccolo dono simbolico in suo ricordo, sostenuta immancabilmente dalle amiche del Women Insitute tra cui l’amabile Jessie (Ariella Reggio). Uno spettacolo agrodolce, capace di equilibrare ironia e sentimento nei confronti di un tema tutt’altro che facile, ossia la malattia. Per portare avanti l’ammirevole iniziativa proposta da un gruppo di donne negli anni Novanta, delle quali si è riprodotta la storia in questa sceneggiatura, la compagnia teatrale EnfiTeatro si fa promotrice di azioni benefiche mettendo a disposizione un banchetto dell’AIL, Associazione Italiana contro le Leucemie, i Linfomi e il Mieloma, al quale è possibile lasciare un contributo al termine della pièce teatrale.

A raccontarci la sua esperienza in questa nuova impresa teatrale, e molto altro, è stata l’amatissima attrice triestina Ariella Reggio.

Rompiamo subito il ghiaccio: com’è stato spogliarsi sul palcoscenico?
È stata la prima volta dopo tanti anni (ride, ndr), ed è stato un po’ imbarazzante. Durante le prove ci abbiamo pensato, prima leggendo il testo, poi si pensava di coprirsi con una tutina di garza, come fanno i ballerini. Non è stato così semplice. Poi tra noi non ci conoscevamo, non eravamo un gruppo di amiche che facevano questa cosa per ridere. Si tratta di un lavoro e dobbiamo affiatarci tra di noi, senza dimenticare che nella compagnia ci sono degli uomini e anche dei tecnici, che sono sempre dietro le quinte! Insomma, l’imbarazzo c’era. Dopo, quando ci siamo fidate della regista, che è una donna molto sensibile e attenta e che conosco da tanti anni, abbiamo capito che il senso di tutto lo spettacolo era quello: non dovevamo imbarazzarci di quello che siamo e dell’età che abbiamo.

La storia è basata su un avvenimento realmente accaduto. Lei cosa pensa di queste donne che hanno fatto un calendario “sexy” per una buona causa?
Io penso che abbiano avuto una buonissima idea e anche molto più coraggio di noi. Quelle donne erano in un piccolo paesino dell’Inghilterra degli anni ’90 e probabilmente avranno dovuto affrontare delle critiche pazzesche. Vedendo proprio loro, quelle vere, in Internet, nella compagnia ci siamo rese conto che erano signore comuni, non gente che voleva esibirsi, non belle ragazze tirate o signore di una certa età che sono passate dal chirurgo. Erano proprio signore di paese che avranno in parte scherzato, ma che hanno avuto delle conseguenze: so che c’è stato qualche marito che si è arrabbiato, e non tutte hanno dato il nullaosta per il film. Quindi loro sono state veramente coraggiose. Noi siamo pagate per farlo, ma siamo anche delle professioniste che hanno fatto una scelta accettando la parte. È stata una cosa molto difficile! Poi le prove durano a lungo e ci siamo sentite infantili perché mandavamo via gli uomini (ride, ndr). Comunque alla fine siamo state tutte contente di averlo fatto, e di averlo fatto con molta autoironia.

Nella storia portata in scena parlate anche della fama che si è venuta a creare in seguito a quest’impresa. Non pensa che al giorno d’oggi la fama sia passeggera e legata più ai demeriti che ai meriti?
È vero, la fama oggi è legata spesso a demeriti. Per quanto riguarda lo spettacolo, durante il secondo atto, che è meno appariscente rispetto al primo, ci sono momenti molto importanti, come quando le due grandi amiche bisticciano. Una delle due viene presa nel giro della celebrità ed è un argomento molto attuale. L’altra cerca di ricordarle il vero motivo per cui hanno cominciato. Si possono veramente vedere due mondi a confronto, e quasi tutti lo capiscono, benché nello spettacolo la questione più eclatante sia quella del nudo. Invece il succo del discorso è quello: da una parte l’esibizionismo puro, e dall’altra l’atto di coraggio di queste signore. Devo dire che molte donne lo capiscono, soprattutto quelle non più giovanissime, e forse un po’ più degli uomini che comunque si divertono. In fondo è uno spettacolo liberatorio, anche per la decisione di vedere il proprio corpo così com’è, senza millantare niente, senza esibizionismo.

Pensa che al giorno d’oggi conti più l’apparenza che la sostanza?
Assolutamente. Tanto, tanto di più! Questo lo penso e lo temo anche. Capisco che sta cambiando un pochino, perché siamo arrivati ad un punto tale di assurdità che forse cambierà ancora. Lo spero per voi che siete giovani. C’è tanta apparenza e poca sostanza, e questo deve cambiare, perché la vita ti porta momenti molto duri e difficili. Inoltre la vita è una cosa breve. Certo, uno può abbracciare l’esibizionismo come ideologia, ma è un po’ grave, perché dopo non si accetta più il passare del tempo. Invece bisogna accettarlo, anche con la decadenza del proprio corpo. Però ci sono altre cose!

ariella reggio

Secondo lei il nostro Paese da abbastanza importanza al teatro?
Il Paese no, ma il pubblico sì. Il pubblico c’è, però il teatro non raggiunge i numeri che invece hanno TV ed Internet, e oggi si ragiona con i numeri. Il teatro non viene molto sostenuto perché è la pubblicità che comanda. Se il teatro è sopravvissuto fino ad ora, nonostante tutto, vuol dire che un motivo c’è. Bisogna però stare attenti che il teatro non assomigli troppo alla TV. Io faccio teatro non solo perché mi piace e perché mi chiamano, e mi rende orgogliosa il fatto di essere ancora utile alla mia età, ma anche perché c’è questo incontro meraviglioso tra pubblico e attore, e questo va salvaguardato.

Parlando di pubblico, lei vede abbastanza giovani in platea?
Devo dire che ne vedo di più. Anche io, quando ero giovanissima, avevo altro per la testa. Fino ai quindici anni andavo, poi ho pensato ad altro (ride, ndr) e poi sono ritornata. Però c’è un avvicinarsi di più. Bisogna stare attenti: il teatro non è soltanto musical. Poi c’è anche il teatro noioso, non dico mica che sia sempre bellissimo, ma il teatro è un rito a cui è bello partecipare. Penso che debbano mettere obbligatorio nelle scuole lo studio del teatro, perché si imparano veramente molte cose, sia per entrare nella storia che nell’animo umano.

Ha lavorato molto in radio quando ha vissuto in Inghilterra. Le manca qualcosa di quel mondo?
Il teatro ti affascina di più, però la radio è uno strumento meraviglioso. La radio ti fa sognare, forse anche più della televisione, perché non vedi nulla e immagini. Puoi inventare tante cose e con la voce puoi fare tutto.

Il pubblico collega il suo volto anche al mondo del cinema. Di recente l’abbiamo vista nel film Gli ultimi saranno ultimi di Massimiliano Bruno.
Io non mi sono ancora vista, perché non mi amo al cinema, però mi hanno detto che il film è carino! Io ci ho preso parte con tanto piacere, anche perché ho conosciuto Fabrizio Bentivoglio, grande attore.

Ha qualche consiglio da dare a giovani aspiranti attrici, per non cadere in facili trappole?
Il teatro non dà tante trappole, se non quelle della disoccupazione. Il teatro è più povero e bisogna saperlo fare. Le trappole sono alla TV e bisogna stare attenti alle false promesse, ed è un po’ quello che dice Calendar Girls sul fatto dell’esibizionismo. Il mestiere dell’attore è precario, e voi giovani purtroppo siete abituati al precariato, e bisogna impegnarsi ed essere attenti.
(Recensione dello spettacolo a cura di Stefania Cosani)

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By | 2015-12-10T13:26:57+00:00 03/12/2015|Categories: Magazine|Tags: , , , , |Commenti disabilitati su Ariella Reggio, una vera Calendar Girl

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Marta Zannoner
Prima o poi la troverò una frase accattivante da scrivere. Forse.