Artefatto 2015: Mattia Campo dall’Orto e l’arte nel writing

In questi giorni sia nel nostro Comune, sia nel resto d’Italia (specie dopo le manifestazioni anti Expo e le risposte dei milanesi indignati) si parla molto di cos’è la street art e di come identificare il valore artistico o culturale di un determinato lavoro facendo così una prima importante separazione tra cultura e vandalismo. Artefatto ha cercato di coinvolgere i giovani sull’argomento (e ieri infatti era presente una classe dell’Istituto Nordio al completo) per sollevare le problematiche sulla questione invitando a parlare il writer e street artist Mattia Campo dall’Orto dell’Associazione Macross che si occupa di sviluppo estetico dello spazio.

 

Tutti i partecipanti hanno seguito con attenzione la conferenza nella quale veniva spiegata non solo una breve storiografia del fenomeno ma dove anche venivano fatti alcuni esempi su come una realtà simile, se utilizzata con coscienza e con consapevolezza sia dagli artisti che dagli amministratori potesse risultare una vera e propria risorsa per valorizzare delle zone altrimenti esteticamente faticose e rendere così anche la vivibilità dei cittadini più leggera e piacevole, ci siamo fatti raccontare da lui com’è la situazione della street art a Trieste e dintorni.

Street-Art-by-Skurktur-Norway

Com’è cambiato l’approccio dei giovani nei corso degli ultimi decenni?
È  difficile da dire perché non si può mai generalizzare: c’è chi dice che adesso ci sia meno rispetto da parte dei giovani di quelle regole che i writers avevano gli anni scorsi, ma la realtà è che tutta la street art si è staccata ormai completamente dalla subcultura hip hop da cui era nata e che dunque le stesse radici ormai sono così lontane da non poter più esser prese in considerazione come metro di paragone, quindi non ci si può nemmeno aspettare che abbiano le stesse intenzioni e regole degli artisti di una volta.

Come distinguono i writers se il lavoro di un altro è artistico o meno?
Il punto è che comunque bisogna capire che il reato è sempre reato. Da quel punto di vista non c’è scampo, che sia una firma o un murales artistico finché non ci sarà una maggior chiarezza legale siamo tutti facilmente inseribili nello stesso calderone. Poi però nella flessibilità delle leggi si possono e si dovrebbero distinguere le opere che andrebbero tutelate da quelle che invece non hanno alcun valore o merito; va però detto che quelli che a molti sembrano degli imbrattamenti senza senso possono essere i primi tentativi di un artista senza contare che, come accade spesso nell’arte contemporanea, molte volte è il gesto stesso dell’azione illegale a caricarsi di significato artistico e quindi a contribuire al significato dell’opera.

Credi che adesso sia tornato di moda l’argomento grazie anche alla fama di artisti come Banksy?
A me, personalmente, Banksy sembra inventato.Comunque è un prodotto uscito da un caso estremo che magari ha anche radici nella strada ma che ormai è diventato semplicemente parte di un sistema commerciale e di mercato che per sua stessa natura dovrebbe essere filosoficamente lontano dalla street art. La scelta di soggetti facili, degli stencil (che si possono realizzare anche senza alcuna capacità artistica, grazie a Photoshop) rischiano di trasformare la street art in una dicotomia tra il vandalismo dei graffitisti e l’azione radical chic delle gallerie che comunque non porta alcun valore artistico o culturale e che soprattutto non mette più al centro il disagio sociale o culturale che invece spinge gli street artist scegliere questa strada per esprimersi.

Molti input su cui riflettere, in un mondo che spesso non si chiede del perchè certi elementi hanno o meno un valore artistico e soprattutto quali sono i messaggi che un artista cerca di trasmettere per bocca delle sue opere. Un tema caro ad Artefatto, però che infatti tratterà di aspetti simili, in merito alla fotografia anche nel secondo incontro, il 27 maggio con Christian Giarrizzo.

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About the Author:

Studia musica al Conservatorio Tartini e all'Università di Pavia e si rende conto che più si studia la musica meno ci si sente preparati a parlarne. Francamente non lo trova affatto giusto.