Carmen diventa Carmela e Bizet si fa italiano

In questi giorni al Rossetti è in scena Carmen, uno spettacolo in prosa, canto e musica che riprende la storia dell’opera di Bizet e la ripropone in chiave moderna. La storia viene spostata dalla Spagna alla Napoli del primo dopoguerra, i dialoghi, quasi tutti in prosa, oscillano tra l’italiano, il napoletano e il veneto e le musiche, liberamente tratte da quella dell’opera vengono eseguite da un piccolo complesso jazz.

Il risultato è sicuramente interessante, non solo perché l’aria decadentista dell’opera stessa si adatta bene al nostro paese ed in particolare al periodo storico scelto dal regista Mario Martone per rappresentarla. Questo nuovo abito, infatti, riesce a mettere in luce un aspetto dell’opera che spesso non è trattato con costanza nelle regie più tradizionali di questo racconto, ovvero la follia omicida che cresce nel protagonista maschile (ribattezzato Cosè, per l’occasione e interpretato con abilità da Roberto De Francesco) che, non a causa delle sue emozioni per Carmen (ribattezzata Carmela) ma per una sua debolezza emotiva, si ritrova schiavo degli eventi e come unica via d’uscita ha proprio quella di utilizzare solo la violenza per imporsi su un mondo che non sembra avergli dato delle vie di fuga.

Il climax della violenza di cui il protagonista maschile all’inizio è vittima per poi divenirne sempre più corrotto e quindi sempre più utilizzatore è forse il soggetto principale di questa trasposizione. Carmen viene presentata non solo come una vittima, ma come la protagonista onesta, ultima icona di un mondo certamente privo di regole sociali rigide e quindi contrapposta al vivere costretto e monotono del soldato, e proprio grazie a questa caratteristica lei è capace anche di una apertura mentale e una libertà sentimentale che porta a non concepire elementi assoluti e violenti come la vendetta o il delitto d’onore in quanto la vita, in costante mutamento ed evoluzione, è troppo eterea per potersi perdere in elementi vaghi e assurdi come l’onore e il dovere. Un aspetto certo particolarmente lontano da quello della nostra cultura che è invece spesso associato alla cultura gitana che, “a forza di essere vento” non si sa fermare in nessun posto e, di conseguenza, non si adatta alle brutture sociali del paese che la ospita.

Una spettacolare Iaia Forte interpreta questo carismatico personaggio sapendo dare profondità tragicomica di Carmen che si adatta tanto bene allo spirito della città che la ospita. A fare da accompagnamento ci sono gli arrangiamenti di Mario Tronco e Leandro Piccioni che inaspettatamente ci regalano la prova che certe melodie e certi ritmi, come quelli della Habanera più famosa del mondo, anche trasposti per altri strumenti e con caratteri più moderni e semplificati, sono comunque talmente forti da risultare vincenti e coinvolgenti.

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By | 2015-05-24T23:17:07+00:00 24/05/2015|Categories: Magazine|Tags: , , , , , , |0 Comments

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Studia musica al Conservatorio Tartini e all'Università di Pavia e si rende conto che più si studia la musica meno ci si sente preparati a parlarne. Francamente non lo trova affatto giusto.