Corrado Premuda racconta Leonor Fini

Trieste è senza dubbio considerata culla di grandi letterati e poeti, matrigna o prozia di menti celebri come Umberto Saba, Italo Svevo, James Joyce, Giorgio Strehler e tanti altri. Purtroppo in pochi sanno che a Trieste trascorse l’infanzia e la gioventù Leonor Fini: pittrice, scenografa, costumista e scrittrice di origini argentine, trasferitasi in Italia a soli due anni.
Per fortuna Corrado Premuda, affascinato dall’emblematica personalità dell’artista e delle sue opere, ha deciso di celebrarla dando vita a due scritti. Il primo consiste in una traduzione dal francese del romanzo di Leonor Fini, Murmur, fiaba per bambini pelosi e il secondo, Un pittore di nome Leonor (Editoriale Scienza), è una biografia destinata ai più piccoli, piacevole anche per gli adulti curiosi di conoscere le vicende tratte dall’infanzia e dall’adolescenza dell’artista.

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Come nasce la tua passione per Leonor Fini?
Circa dieci anni fa un’amica mi parlò della pittura narrativa di Leonor e subito me ne innamorai.  Cominciai a cercare documenti che la riguardassero, ma a Trieste non riuscivo a trovare nulla e così decisi di andare direttamente a Parigi dove si era trasferita alla soglia degli anni Trenta e dove sono riuscito ad accedere all’archivio che custodisce gran parte dei suoi scritti, lettere, romanzi e documenti. Nel 2005 ho cominciato una collaborazione con Il Piccolo che mi ha permesso di pubblicare articoli sulla vita e le opere di Leonor, incentivandomi a continuare le ricerche.

E poi cosa è successo?
Poi scrivere solo articoli non mi bastava più, ero uno studioso che voleva uscire fuori dal suo studio e ho deciso di cimentarmi nella traduzione di Murmur, fiaba per bambini pelosi, che non è propriamente una storia per bambini perché parla di temi per un pubblico più adulto come l’iniziazione sessuale.
Rispetto alla Francia, dove i racconti dell’artista sono stati pubblicati negli anni ’70 e ripubblicati ultimamente, in Italia niente è mai stato divulgato.  Un paese maschilista, a parere di Leonor, che non ha saputo valorizzarla per le sue opere, ma unicamente per l’eccentricità che la caratterizzava. Questo è sicuramente uno dei motivi per cui decise di lasciare l’Italia.

L’eccentricità, per quanto non fosse l’unica caratteristica apprezzabile di Leonor, fu determinante nel renderla così affascinante e permetterle di essere apprezzata da artisti contemporanei quali Carlo Sbisà, gli stessi Saba e Svevo e da grandi surrealisti come Andre Breton, Salvador Dalì, Max Ernst. Puoi raccontarci qualche episodio partiolarmente bizzarro?
Ce ne sono moltissimi, a partire dalla sua infanzia. È importante ricordare che i genitori di Leonor erano separati e fin da piccola la bambina venne contesa tra i due. Quando lei e la madre si trasferirono a Trieste suo padre cercò di rapirla e riportarla in Argentina con sé, senza successo. Da quel momento la mamma di Leonor per sventare altri “attentati” cominciò a travestirla da maschio, abitudine che l’artista non perse mai. Amava i travestimenti e lei stessa organizzava sontuosi balli in maschera in un ex monastero in Corsica dove trascorreva l’estate.
Ma le stramberie non finiscono qui: le compagne di classe di Leonor parlano delle storie strane che era solita raccontare, di un mondo popolato da gatti, un mondo dove Leonor, contesa dalla mamma e dal papà, si sente importante e crede che tutto è possibile, anche cucinare un risotto nel bagno della scuola. In Un pittore di nome Leonor ho raccolto moltissimi aneddoti che mostrano l’eccentricità dell’artista fin dalla sua prima infanzia, caratteristica che l’aiuterà a diventare una surrealista senza esserne cosciente.

Quanto Trieste ha influenzato la formazione di Leonor come artista?
L’ambiente multiculturale di Trieste ha senza dubbio contribuito ad aprire gli orizzonti della sua mente. Cento anni fa Trieste faceva parte dell’Impero Asburgico, un impero ricco e prosperoso di cui era l’unico sbocco sul mare e aveva, per questo, un ruolo privilegiato perso con l’annessione all’Italia. Trieste era un crocevia di popoli e religioni dove Leonor cresce a contatto con culture di ogni tipo e dove impara a parlare varie lingue. Inoltre, facendo parte di una famiglia piuttosto benestante, ha accesso alla vastissima biblioteca dello zio dove fin da bambina può fruire di libri d’arte e letteratura mediante i quali si forma da autodidatta.
Un pittore di nome Leonor è anche una scusa per parlare della Trieste degli anni Venti, quando era una città ricca e in espansione.

Noto nelle tue parole un po’ della tipica nostalgia di “epoche mai vissute” che tutti a volte sentiamo.
Credo che Trieste sotto il dominio asburgico avesse raggiunto il culmine dello splendore che purtroppo oggi sta lentamente perdendo. Io sono triestino e mi piacerebbe ridare forza e vigore a questa città. Il potenziale non manca.

 

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By | 2015-04-01T16:27:48+00:00 31/03/2015|Categories: Magazine|Tags: , , , , |0 Comments

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Studentessa non modello della Scuola per Interpreti e Traduttori di Trieste, ma originaria del profondo Sud. Sono appassionata delle più svariate forme d'arte che accordano o scordano (a seconda dei gusti) l'anima e faccio parte del team di Radioncorso.it dal 2013 in qualità di giornalista e speaker.