Da Tumblr a Twitter, la rivolta turca si diffonde in rete

Tutto è iniziato come una protesta per salvare dalla demolizione un parco nella centrale piazza Taksim di Istanbul, ma è presto divenuta un confronto aperto contro il primo ministro Racep Tayyip Erdogan e le politiche del suo Partito, considerate sempre più autoritarie. Le movimentazioni che oltre una settimana fa hanno risvegliato la città turca sono sfociate in una vera e propria guerra urbana, con i reparti anti-sommossa muniti di manganelli, lacrimogeni, cannoni ad acqua e spray urticanti contro i giovani che presidiavano il Gezi Park di piazza Taksim.

Il Premier Erdogan, accusato di volere un ritorno alla società islamica.

Dopo giorni e notti di scontri continui, il Premier ha cambiato varie volte posizione. Dapprima ha sfidato i manifestanti affermando che il partito non avrebbe mai ceduto, ma dopo l’intervento del capo dello Stato, Abdullah Gul, che ha definito i livelli di scontro “inquietanti”, Erdogan ha fatto ritirare la polizia dalla piazza, subito invasa da decine di migliaia di manifestanti in festa per la “vittoria” sul premier. Molti artisti e intellettuali si sono schierati con la protesta, denunciando il sistema autoritario di potere del “sultano”, fino alla richiesta delle sue dimissioni da parte del capo dell’opposizione, Kemal Kilcdaroglu. Una vittoria solo momentanea però, poichè le tensioni sono presto riprese. Molti cittadini di Istanbul hanno allora fatto ricorso ai social media per ricevere informazioni di prima mano e condividere testimonianze delle violenze.

Nei messaggi che si leggono sui social network o nei video su youtube si vedono giovani lamentarsi della restrizione della normativa sugli alcolici, completamente vietati dalle 22 alle 6, oppure la reintroduzione nel velo nelle università. Foto su Tumblr e Tweet per protestare contro l’autoritarismo dell’AKP che minaccia la laicità dello Stato ed un ritorno alla società islamica. Secondo una prima analisi, la partecipazione online dei manifestanti turchi sembra essere molto più alta anche di quella della Primavera Araba. Anche perché quasi 30 milioni di turchi sono iscritti a Facebook, mentre il 16% degli utenti Internet ha anche un profilo Twitter. Secondo il Social Media and Political Participation Laboratory della New York University, circa il 90% dei tweet che contengono gli hashtag della protesta (#direngeziparkı, #occupygezi e #geziparki) proviene dalla Turchia e almeno 1 su 2 proprio da Istanbul.

Con più tweet della primavera araba, la rivolta approda sul web.

L’uso dei tweet, questa la peculiarità, è molto concreto: ci si informa e ci si mobilita a vicenda. L’ 88% dei messaggi, infatti, è in turco e non in inglese. Nel corso della Primavera araba, invece, solo il 30 per cento dei tweet arrivava dalle città interessate dalle proteste mentre il restante 70 per cento veniva pubblicato, non a caso, da fuori. “ Dietro questo straordinario numero di tweet c’è anche la mancanza percepita di copertura da parte dei media turchi”, hanno scritto i ricercatori statunitensi. E proprio Twitter è al centro di una delle ultime news: 29 persone sono state arrestate a Smirne con l’accusa di avere “incitato ai disordini e fatto propaganda”, pubblicando status di sostegno alle manifestazioni contro il Premier, che ha affermato «Adesso c’è un pericolo chiamato Twitter, lì vi si possono trovare tutti i migliori esempi di bugie. Per me i social media sono il pericolo maggiore per la società».

Ma il potere della rete è universale, e il sostegno ai manifestanti arriva anche da fuori i confini turchi. Gli hacker di Anonymus hanno già attaccato il sito del governo turco, spiegando come «Da giorni guardiamo con orrore come i nostri fratelli e le nostre sorelle di Turchia che protestano pacificamente contro un governo tiranno vengono brutalizzati, picchiati, rincorsi dai mezzi della polizia, colpiti con lacrimogeni e cannoni ad acqua» , da questo il loro desiderio. Inoltre migliaia di anonimi, residenti in tutto il Paese ma non solo, sostenitori della rivolta anti-Erdogan hanno ordinato su internet dei pasti che hanno fatto portare ai ribelli di piazza Taksim. Il 4 giugno, secondo il direttore della società Yernel Sepeti, una delle principali catene di fast food a domicilio della Turchia, sono state ricevute oltre 1.000 ordinazioni su internet per piazza Taksim.

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By | 2013-06-05T18:48:23+00:00 05/06/2013|Categories: Mondo|Tags: , , , , , |0 Comments

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Chiara Zanchetta
In testa un uragano di idee, in tasca due lauree in Comunicazione. Nella vita? Chi lo sa