Dimmi come twitti e ti dirò chi sei

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. I vostri genitori ve l’avranno sicuramente detto per mettervi in guardia da qualcuno che non rientrava nelle loro grazie. Secondo uno studio realizzato dai ricercatori della School of Biological Sciences alla Royal Holloway University of London questo modo di dire si è evoluto.

Lo studio arriva da un gruppo di ricercatori della Royal Holloway University of London.

Questo studio di linguistica evidenzia come gli utenti di Twitter tendono a raggrupparsi in comunità chiuse, ciascuna delle quali utilizza un “dialetto” comune. La scoperta, pubblicata anche su EPJ Data Science, presenta anche la differenza tra questo social network ed il più diffuso Facebook. Sembra infatti che quanti utilizzano Twitter non vogliano condividere i loro “cinguettii” con tutto il resto della comunità online, ma solo con alcuni interlocutori privilegiati. Si verrebbero a formare dei gruppi sociali che, mentre nella realtà sono contraddistinti per l’utilizzo di uno stesso dialetto, si riconoscono poichè commettono gli stessi errori di scrittura. Alcuni esempi? I fan di Justin Bieber hanno l’abitudine di scrivere pleasee invece di please. Il gruppo più grande individuato dall’analisi, sostengono i ricercatori, è quello degli afroamericani, la cui parola più usata è nigga. Un’altra tendenza comune è quella di troncare le parole, sostituendo il suffisso -ing con –in e -er con -a.

Per la loro analisi, gli scienziati hanno utilizzato algoritmi “presi in prestito” dalla fisica e dall’informatica, ed hanno esaminato oltre 75 milioni di tweet pubblici inviati da 250.000 utenti. Secondo John Bryden, uno dei ricercatore «grazie alla scoperta è possibile comprendere a che comunità appartiene l’utente semplicemente analizzando i suoi tweet, con un’accuratezza che arriva all’80 per cento».

Commenti Facebook
By | 2013-03-25T12:50:57+00:00 25/03/2013|Categories: Mondo|Tags: , , , |0 Comments

About the Author:

Chiara Zanchetta
In testa un uragano di idee, in tasca due lauree in Comunicazione. Nella vita? Chi lo sa