#EuroPress – Espulsi in UE: dubbi sull’integrazione

Silvia Guerra ha 38 anni, vive a Bruxelles dal 2010, è una musicista ed aveva trovato lavoro come artista di strada. Non il lavoro dei sogni forse, ma le permetteva di suonare. Quello sì, era il suo sogno. Silvia ha anche un figlio, Ennio di 8 anni, che frequenta le scuole a Bruxelles e probabilmente nel suo piccolo cuore comincia a sentire cosa vuol dire essere europei: provenire da un Paese diverso e imparare un’altra lingua, conoscere nuovi amici, contaminare le proprie tradizioni con altre, in uno spirito paneuropeo. Non più confini che dividono, ma persone che condividono. A fine novembre a Silvia viene recapitato il decreto di espulsione ed è obbligata ad andarsene dal Belgio. Sembra una classica storia familiare di qualche decennio fa. Se non fosse che Silvia e suo figlio sono italiani, comunitari, e il Belgio è un membro dell’Unione Europea – Bruxelles ne è la “capitale”- dunque la donna e il bambino avrebbero tutto il diritto di rimanere. Invece così non è. Stranezze dell’Europa.

Silvia Guerra, l’italiana espulsa dal Belgio

La prossima settimana il tribunale si pronuncerà sul ricorso portato avanti da Silvia, ma il suo non è l’unico caso di espulsione. In 3 anni il numero di europei espulsi dal Belgio ha subito un’impennata: se nel 2010 sono stati 502, nel 2013 se ne contano ben 2712. Non accade solo in Belgio. A livello europeo i rumeni sono i più espulsi, seguiti dai bulgari, dagli spagnoli e dagli italiani. A onor del vero questa classifica, che si riferisce al 2013, è falsata dalle barriere in ingresso poste da alcuni Stati ai lavoratori provenienti dalla Bulgaria e dalla Romania; limiti alla circolazione che sono caduti il 1° gennaio 2014. Il problema comunque rimane. Secondo la portavoce della Commissione, Mina Andreeva: “Si ha il diritto di andare in un altro paese e di restare tre mesi, senza obblighi ma senza nemmeno beneficiare di aiuto sociali. Si può restare fino a sei mesi se si prova che si sta cercando un’occupazione nello stato che ospita. Dopo, non si può restare se non si dimostra di potersi mantenere e di aver un’assicurazione sanitaria”.

Il Belgio non si può definire un non immigration country, semplicemente adotta una direttiva prevista dai regolamenti europei sulla libera circolazione, la quale stabilisce che “i cittadini non devono diventare un irragionevole peso per il sistema sociale del Paese che li ospita”. In linea di principio questa norma può avere la sua logica: lo vediamo in Italia con un’esplosione di spesa pubblica insostenibile volta a finanziare uno Stato sociale e assistenziale, dalla cassa integrazione alle pensioni di invalidità distribuite come carte da gioco. Questa direttiva europea va però a cozzare con i principi d’integrazione dei Trattati che sono alla base dell’Unione. Che senso ha stabilire un’area Schengen se poi la “cittadinanza” comunitaria non assicura un beneficio maggiore rispetto ad altri status. Che senso ha parlare di Unione Europea, di integrazione, di paneuropeismo, quando ciascuno Stato può, in sostanza, fare quello che vuole. Le imminenti elezioni per il Parlamento europeo possono essere un’occasione per avviare subito un dibattito sull’armonizzazione, a livello sovranazionale, del mercato del lavoro, del sistema fiscale, dei servizi sociali e di ricollocamento, senza dimenticare il sistema di istruzione. La vicenda di Silvia ci fa capire che l’Europa è ancora, purtroppo, poco più che una moneta unica e ha ancora molta strada da fare per potersi definire Unione a tutti gli effetti.

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