Facebook, lo specchio magico del proprio io

Molti anni fa hai scoperto Facebook, all’inizio lo consideravi soltanto un altro messenger, lo stesso strumento per fare cose pseudo inutili e tenerti in contatto con amanti, amici e amori. Ad un certo punto però è successo qualcosa, hai cominciato a seguire le cose che dicevano di te, a contare il numero di Like ed aggiornare continuamente il tuo profilo pubblico; ti ricordi questo momento? No, non credo, ma sappi che è da lì che hai cominciato a diventare una persona (virtualmente) migliore ed un amico più (mondanamente) assente.

Ogni volta che pubblichi una foto, ovviamente quella in cui sei venuto meglio, fai una scelta di immagine, la curi fornendone una edulcorata di te. Insomma, di novelli narcisi ed ossessionati del verbo altrui ne è pieno il mondo, ed anche tu, non negarlo, a queste cose ci tieni. Facebook d’altronde nasce per questo, nel tentativo di fornire a tutti più di quei 15 minuti di notorietà di cui Wharol, icona della Pop Art, fu veggente nel lontano 1968. Più il tempo passa e più noi, internauti sull’Enterprise targato Facebook, diventiamo oggetto di studio, microorganismi di varietà umana digitalizzata da rendicontare, vivisezionare, studiare. L’ultimo approfondimento in questo senso è della University of Wisconsin-Madison, condotto su 159 studenti e con risultati disarmanti.

Il fondatore Mark Zuckerberg

Lo studio ha avuto come obiettivo la comprensione della percezione di se, mutata dall’utilizzo del social network, e i livelli di qualità della capacità cognitive successive alla “cura del se”. I risultati sono chiari ed indiscutibili. Chi usa Facebook frequentemente nell’arco della giornata ne guadagna una sostanziale iniezione di autostima, cosa che invece non avviene dopo che il soggetto in questione visita il profilo di un altro utente. Come si spiega questo dato? In modo abbastanza intuitivo: nella maggior parte dei casi, gli utenti di Facebook sono più propensi a migliorare la propria figura consegnando al mondo un’immagine migliorata della propria persona. Come? Mettendo le foto più belle, postando stati che prendo a prestito massime dalle più svariate personalità del mondo dell’arte e della musica. La cosa curiosa è che anche i difetti diventano uno stimolo per parlare di sé.

Perchè di questo si parla, del bisogno di amplificare la propria dimensione orale-figurativa; è chiaro perciò che nel guardare il proprio profilo Facebook si sia spinti a produrre un’immagine di sé sdoppiata ed attraverso lo specchio magico dell’alchimista Zuckemberg sentirsi meglio con se stessi. Nell’ultimo anno sono usciti numerosi studi sulle implicazioni sociali, psicologiche e comunicative relative al l’utilizzo dei social network, alcuni dimostrerebbero che Facebook ed affini ci fa sentire più soli, altri si concentrano sui gradi di dipendenza e sull’apatia che da questi deriverebbe. Quello di Catalina Toma, dell’Università del Wisconsin-Madison cerca di dimostrare come in realtà uno dei prodotti più evidenti dell’uso dei social network sia una permanente ed appagante attività masturbatoria dell’io. Tirando le somme, gli studi non sono definitivi e non tendono a categorizzare gli utenti dei social network, tuttavia ciò non toglie che un fondo di verità possa emergere in superficie.

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