Generazione 2.0: la storia di Paola Beatrice Delucchi

Anche questa volta abbiamo deciso di intervistare una connazionale espatriata. E anche questa volta, Londra è la meta della fuga della giovane e talentuosa violinista Paola Beatrice Delucchi, ragazza under 35 con tanto di diploma alla Royal Academy of Music, che ha accantonato la madre patria per trovare lidi più verdi nell’isola più in voga d’Europa: l’Inghilterra appunto.
Come mai la mitica Albione sembra essere la meta preferita dei ragazzi italiani? È solo una questione di maggiori opportunità misto all’eterno fascino very British? Ma la vera domanda è: il nostro Paese, terra dalla forma inconfondibile (è uno stivale completo di sperone!), o meglio, chi lo governa, vuole veramente lasciarsi sfuggire tutta la sua “prole”?
Vediamo cosa ha spinto Paola a saltare la Manica.

Presentazione.

Nome: Paola Beatrice Delucchi

Età: 28 e mezzo

Città natale: Genova

Luogo in cui ti trovi ora: Londra, nel salotto di casa mia, seduta per terra davanti al computer.

Attuale occupazione: Violinista, nonché insegnante di violino.

Titolo di un libro che ti ha particolarmente colpito: Devo dire che non leggo da qualche mese, ma ne ho acquistato uno che tratta il tema dell’ansia da palcoscenico, per rimanere nel mio campo, sono noiosa.

Titolo della canzone che attualmente ti risuona nella testa: Me ne risuonano parecchie, visto che alle medie insegniamo molte canzoni. In effetti ora ho in mente un trio di Brahms classico, perché è quello che ho suonato stamattina ad un concerto, ma c’è anche Motion Sickness degli Hot Chip.

Band preferite: Vado di Indie Rock, mi piacciono molto i Beirut, gli alt-J e Radical Face. Mi piacciono molte band inglesi e diversi cantautori italiani, come De André e De Gregori. Qualche volta mi do alla musica etnica.

Film consigliato: Non saprei. L’ultimo che ho visto e che mi è piaciuto è stato quello sulla vita di Stephen Hawking (La teoria del tutto, ndr), però consiglierei Vita di Pi.

Cibo preferito: Da quando sono a Londra direi qualunque cosa di italiano.

Passatempo ideale: Ozio, amici, senza pensieri e viaggiare!

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Percorso.

Descrivi il tuo percorso di studi e la tua carriera dagli anni del liceo sino ad oggi.
Il mio percorso è stato un po’ complicato. Andavo ad un Liceo Scientifico e frequentavo anche il Conservatorio, quindi era un po’ come fare due scuole insieme. Tante lezioni di musica e concerti. Mangiavo panini correndo per la città! Poi all’Università ho fatto filosofia, e mi è sembrato quasi un mondo più leggero, solo che verso il diploma il mio impegno al Conservatorio si è intensificato, ma alla fine sono riuscita a prendere la triennale e il diploma contemporaneamente. Successivamente mi sono iscritta alla specialistica e ho lavorato al Teatro Carlo Felice di Genova. Poi sono partita per Londra per cominciare il Master di violino alla Royal Academy of Music, finendo la specialistica di Filosofia (e scusate se è poco!, ndr) (alzi la mano chi ora si sente bene con se stesso, ndr).

Hai avuto qualche esperienza particolare che vuoi condividere (ad es. una vacanza studio, hai preso parte a qualche manifestazione importante, hai conosciuto qualcuno che ti ha “illuminato” la via, etc)?
Di esperienze particolari, come musicista, ne ho fatte tante. Nel senso, è un lavoro in cui ti capita di fare milioni di cose sempre diverse. Ho suonato per il capodanno con la Banda Osiris a Roma, al Teatro della Dandini (Teatro Ambra Jovinelli, di cui la Direzione Artistica è stata affidata dal 2001 a Serena Dandini, ndr), con Dario Vergassola tra i comici presenti. Sono passata quindi da esperienze televisive a concerti di musica sacra nelle chiese. Da ragazzina ho fatto diverse vacanze da sola, e anche ora per seguire dei corsi intensivi per migliorare la tecnica con un maestro, dedicandomi anima e corpo allo strumento. Per quanto riguarda “l’illuminazione della via” posso elencare alcuni musicisti, in particolare il mio insegnante di violino alla Royal Academy, Joshua Fisher, un uomo molto riflessivo che mi ha sempre stimolato a pensare al come fare la cosa giusta in merito all’uso dello strumento, permettendomi di andare avanti, di credere in me stessa e di essere una violinista più completa.

Che lavoro ti piacerebbe fare a lungo termine?
Avrei deciso questo: fare l’insegnante di violino nelle scuole. Insegnare nelle scuole mi piace molto, è molto bello insegnare ai bambini. Però mi piacerebbe farlo part-time, affiancando al lavoro di maestra quello di concertista insieme ad un eventuale gruppo di colleghi, dividendomi quindi tra scuola e concerti.

Hai qualcuno a cui guardi e da cui trai ispirazione?
Tutti i musicisti che incontro mi ispirano. Cameristi che incontro in concerto e ai quali partecipo come spettatrice. Mi piace vedere la naturalezza con cui si dedicano alla musica, che è un insieme di emozioni, positive e negative, e con che semplicità questi musicisti riescano a raccontare i vari stati d’animo mediante il loro strumento. Ci vuole molta confidenza e vederli esibirsi mi dà un senso di sicurezza, e vorrei riuscire ad arrivare ai loro livelli.

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Puoi raccontarci qualche pro e contro del vivere a Londra? Ad esempio, è stato difficile per te insediarti e fare amicizia con gli autoctoni?
Possiamo dire che è stato un periodo delicato. Non è stato difficile insediarsi a Londra, ma è stato più complicato il dopo. Innanzitutto, bisogna vedere la motivazione per cui ci si sposta a Londra: c’è chi parte per propria volontà, chi magari è stato mezzo costretto. Io, che sono venuta per mia iniziativa ero contentissima. Inoltre avevo uno scopo, andare alla Royal, quindi sono sempre stata serena. Molti altri vedo che hanno un impatto negativo con la città, che è molto competitiva e piena di gente che sta cercando la sua strada. Di autoctoni ne ho conosciuti e molti ne frequento, venendo in contatto con modi di fare positivi e negativi. Ti senti sempre un minimo straniero e le emozioni ti viene meglio esprimerle nella tua lingua. Per me Londra cambia a seconda dei periodi che mi trovo ad affrontare: ora, dopo un grande entusiasmo, la fine dei miei studi e l’inizio del lavoro, devo farmi i miei conti. Sono sei anni che sono qui, mi sento comunque ancora straniera, non ho una casa mia e per il mio futuro devo vedere cosa mi conviene. Insomma, Londra è una città piena di opportunità, ma non ho ancora un dentista!

Perché hai deciso di andartene dall’Italia? Cosa manca qui?
Me ne sono andata dall’Italia perché volevo fare esperienza, volevo entrare in un ambiente più internazionale e volevo migliorare sul violino. Non è che in Italia non ci siano bravi maestri, però volevo io personalmente uno stimolo dato dal ritrovarmi in un clima molto competitivo e preparato, in cui avrei potuto anche trovare dei colleghi per suonare nella musica da camera. Inoltre volevo stare in un mondo più determinato. L’Italia è fatta da diverse realtà: è un Paese ricco di gente di talento, ma l’economia è quella che è, non c’è molto pubblico e mancano delle istituzioni che si occupino di musica. In Italia penso manchino fondi e cultura per organizzare certi tipi di eventi. Il mio Paese mi manca e non escludo che potrei tornare, però vorrei trovare un ambiente in cui sentirmi protetta nel mio campo lavorativo e non dove vivo con l’ansia da licenziamento imminente.

Raccontaci della tua esperienza alla Royal Academy of Music. Hai avuto delle difficoltà legate alla lingua?
Per quanto riguarda la lingua non ho avuto difficoltà. Per entrare alla Royal c’è comunque lo IELTS da sostenere e da superare con un punteggio minimo prima di essere ammessi in via definitiva. Inoltre alla Royal c’è la musica e la musica si parla, ma soprattutto si suona. Il mio inglese è migliorato poi insegnando a scuola più che  studiando. Sicuramente l’Academy è una struttura enorme e due anni, da un lato, non sono stati abbastanza, avrei quasi voluto farne di più per sfruttare al massimo tutte le opportunità.

Com’erano i tuoi compagni di classe? E gli insegnanti?
Ho conosciuto molte persone che sono poi diventate miei colleghi. L’ambiente non era sempre amichevole, sicuramente molto competitivo e serio. Ad esempio, molti ragazzi, dopo i concerti, andavano subito in camera a dormire, per poi svegliarsi il giorno successivo per studiare dalle cinque del mattino! Anche l’orchestra era vissuta in maniera molto seria. Le persone andavano avanti individualmente senza che ci fosse un progresso omogeneo complessivo. Con il mio insegnante mi sono trovata molto bene sin da subito. Ho avuto anche dei coach e molti altri insegnanti veramente preparati. Ci sono stati anche corsi ed incontri con ospiti internazionali molto importanti. La Royal è sicuramente un luogo molto attivo. C’erano pochi esami per cui però bisognava prepararsi molto bene. All’inizio ti sale il panico perché non pensi di riuscire a fare quel salto di qualità che ti viene richiesto in soli due mesi, ma alla fine ti scatta un qualcosa, per il quale cominci a pretendere da te stesso un livello sempre più alto. Inoltre dovevamo scrivere il nostro portfolio, ossia dovevamo raccontare quello che volevamo fare nella nostra vita e quali obiettivi volevamo raggiungere. Gli inglesi insistono molto su questa cosa del mettere su carta il proprio futuro, per imparare a figurarlo e a concretizzarlo.

Hai qualche episodio in particolare di cui vuoi parlare?
Di particolare della Royal Academy mi ricordo il clima. Si respirava infatti un’aria molto “gloriosa”, in Italia manca questo senso d’orgoglio per le nostre istituzioni. A noi matricole dicevano che dovevamo essere fiere di essere state ammesse in una scuola come la Royal. Non nascondo che mi ha sempre fatto un po’ sorridere questo senso di fierezza. Il giorno del diploma, poi, ci hanno fatto cantare l’inno nazionale inglese. Per fortuna io mi trovavo tra uno spagnolo e un francese con cui ci scambiavamo sguardi confusi.

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Parlaci della tua esperienza (tragica, forse) sulle navi da crociera.
Avevo deciso di accettare questo lavoro in un quartetto che suonava in questa nave da crociera, che faceva il giro di Islanda, Irlanda, Scozia e Nord dell’Inghilterra. La crociera era per gli over 70, e mi sembrava un’ottima occasione per studiare e migliorarmi. Noi del quartetto eravamo le più giovani e non vedevamo l’ora di cimentarci in questa nuova esperienza. Solo che: il mare era mosso per più della metà del tempo, metà delle destinazioni sono state cancellate, ci sono stati tre decessi a bordo, di cui uno è stato annunciato durante un nostro concerto. Il capitano ha interrotto la performance, è salito sul palco e dopo aver dato l’annuncio ci ha detto di continuare pure a suonare. Un momento un po’ imbarazzante insomma. Il meglio è stato quando all’interno della nave si è diffuso un virus, facendola considerare infetta. Un giorno la nostra violoncellista diceva di non sentirsi molto bene, facendoci mettere in quarantena per trentasei ore. Alle mie proteste, visto che la mia collega non aveva il virus, ma solo un malore, mi hanno risposto che, se non avessi smesso di lamentarmi, mi avrebbero lasciato in Islanda, facendomi pagare il viaggio di ritorno a Londra.

Da quanto tempo insegni ai ragazzini dei quartieri più difficili di Londra?
Il quartiere è Newham, ed è solo un piccolo borgo, però con il 32% di povertà assoluta dichiarata. Il progetto a cui ho preso parte è molto bello e coinvolge i ragazzini di Newham, che provengono da tutto il mondo. Questo progetto sociale si chiama ECam, Every Child a Musician, che il governo ha deciso di organizzare, mandando dei musicisti ad insegnare a questi bambini come suonare uno strumento, il tutto finanziato dallo Stato. All’inizio dell’anno facciamo delle assemblee per presentare gli strumenti, per permettere ai ragazzini e alle famiglie di scegliere. Ci sono dei problemi. Ci sono stati tagli del budget, inoltre bisogna venire incontro alle esigenze dei genitori e dei bambini. Alcuni non sono interessati e talvolta manca il rispetto per gli strumenti, che vengono rotti. Lo Stato sta però preparando delle borse di studio per permettere ai bambini più bravi e desiderosi di apprendere la musica di proseguire negli studi della materia. Talvolta è stancante perché noi insegnanti ci troviamo a correre da una scuola all’altra, e alcuni istituti sono più difficili di altri, con bambini meno disciplinati. Il nostro compito è quello di mandare un messaggio positivo legato alla musica.

Come ti trovi nel ruolo di insegnante? Pensi ci siano differenze notevoli tra il metodo di insegnamento italiano e inglese?
Insegnare mi piace molto. Trovo inoltre più stimolante insegnare nelle scuole che privatamente. Qui a Londra è bello insegnare perché le scuole sono molto rispettate, con colleghi professionali e, così, si viene a creare un bel clima. Il metodo di insegnamento non è diverso, ma lo è la scuola. I bambini già dalle medie possono scegliere determinate materie, poi ogni tot hanno delle assemblee tutti assieme, in cui ci si tiene aggiornati. Ad esempio, da poco abbiamo fatto un’assemblea in cui i bambini che suonano hanno fatto un concerto per gli altri, proprio per mandare il messaggio che la musica è bella, ma che bisogna studiare. C’è anche un po’ una morale in questo spirito di collettività. Si cerca anche di spingere i ragazzini ad esserci gli uni per gli altri, invitando al dialogo. In classe i bambini vengono premiati se sono meritevoli e sono abbastanza rispettosi dei maestri. La cosa bella dell’insegnare musica, a prescindere dal Paese in cui ti trovi, è che puoi e devi cambiare approccio a seconda della tipologia del bambino che hai di fronte, anche perché la musica non è una materia come tutte le altre, ma va a toccare le corde profonde della tua personalità

Qualche novità recente che puoi condividere?
Ultimamente ho avuto dei mesi molto impegnati. Ho fatto due tour, uno in Austria e uno in Germania, entrambi molto belli. Ho fatto numerosi concerti a Londra. Ho declinato però l’offerta di andare ad insegnare violino per l’Orchestra ad Archi dell’esercito del Qatar per l’apertura dei mondiali, perché sarebbe stato solo insegnamento puro e avrei dovuto mettere da parte i concerti.

Progetti futuri? Pensi di continuare a stare a Londra?
Sicuramente per un po’ voglio continuare a stare a Londra, ed è una cosa che sto dicendo ogni anno da sei anni. Ho dei progetti indefiniti per quanto riguarda il mio lavoro: cercare di creare dei gruppi da camera stabili con cui organizzare dei tour e lavorare in maniera continuativa, continuare l’insegnamento nelle scuole e trovare delle orchestre in cui suonare, a prescindere da dove sarò. A Londra ho già parte di queste cose in corso. Bisogna pensare alla qualità della vita, ma restare aperti alle possibilità. Ogni anno vorrei che arrivassero risultati diversi. Entro il prossimo anno vorrei che si realizzassero parte di questi progetti, e poi fare un bilancio. Insomma, credere nei sogni sempre e comunque, fare qualcosa per realizzarli e, dopo anni di investimenti, perché no, pensare anche a se stessi.

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By | 2015-06-15T10:26:18+00:00 15/06/2015|Categories: Giovani e società, Magazine|Tags: , , , , , |0 Comments

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Marta Zannoner
Prima o poi la troverò una frase accattivante da scrivere. Forse.