Giovani italiani in UK, la fine di un idillio?

Uno dei grandi meriti di Tony Blair, non a caso scelto dal nostro premier Renzi come modello al quale rifarsi, è stato quello di riuscire a svecchiare l’immagine dell’Inghilterra, passando dal paese del tè delle cinque del pomeriggio alla Cool Britannia. Anche dopo la sua uscita dalla vita politica inglese, l’isola non ha smesso di affascinare i cittadini europei, con Londra che si è guadagnata il titolo di città più giovane d’Europa. La combinazione di questa modernità, il naturale pragmatismo inglese ed un’economia che è sempre stata tra le più solide dell’eurozona, attira non a caso i giovani, italiani in testa, i quali guardano con sempre maggiore interesse a questo paese, che negli ultimi tempi è divenuto una vera e propria Eldorado per i nostri cronici “cervelli in fuga“. Questo imponente esodo di materia grigia ha evidenziato tutte le mancanze dell’Italia, incapace di rinnovarsi e schiava di logiche clientelari, dove il merito viene raramente premiato e che finisce inevitabilmente per deprimere tutte quelle capacità che le nostre università sono ancora in grado di formare ma che sembrano apprezzate dovunque tranne che qui. Il flusso è quanto mai evidente, e chiunque si sia recato a Londra si sarà di certo accorto che è ormai difficile passare un’ora nella capitale inglese senza sentire riecheggiare la soave lingua del Bel Paese.

Se ne sono accorti anche gli inglesi, che dal 2004 hanno conosciuto un’ondata migratoria che non aveva precedenti e che ha subito una forte impennata dall’inizio della crisi nel 2008, si parla di 4 milioni di persone in sette anni. Se da un lato il governo britannico ha cercato di mettere un tetto agli arrivi dai paesi extra-UE, dall’altro nulla può fare nei  riguardi dei cittadini comunitari che, per i patti di Shengen, possono circolare liberamente senza alcuna possibilità di limitazione da parte delle autorità inglesi. Le reazioni politiche a questa tendenza non si sono fatte attendere e, con l’ascesa alle elezioni europee del 2014 di Ukip (United Kingdom Independence Party), anche l’Inghilterra ha il suo partito di estrema destra, euroscettico e xenofobo. Spalleggiato dai tabloid del medesimo colore politico, il movimento guidato da Nigel Farange, ha conquistato una quota impressionante di voti, ben il 27,5%, tornando ad imporre come prioritario il tema dell’immigrazione nel dibattito inglese. In questo frangente, il premier Cameron si trova stretto tra due fuochi. Deve da una parte, ammiccare alla destra del paese per tentare di riguadagnare consenso in vista delle elezioni che si terranno questo maggio, proponendo, nel caso di rielezione, un referendum sull’uscita dall’Unione Europea (simpaticamente soprannominata brexit). Fatto ciò, deve ricordare che la crescita economica, superiore a buona parte dei partner comunitari, è anche dovuta al lavoro a basso costo offerto dall’immigrazione che, come succede anche in Australia, fa da traino ad un vasto settore dell’economia inglese dei consumi.

 

 

È centrale a questo proposito il grande cambiamento subito dalle qualifiche che arrivano nel Regno Unito. Inizialmente, come si diceva in apertura, gli emigranti portavano in Inghilterra competenze di alto livello, prevalentemente legate a studi superiori come quelli universitari. Oggi la situazione si presenta molto diversa. Sia i giovani italiani, sia quelli provenienti da altri paesi prostrati dalla crisi economica, si dirigono a nord nella speranza di trovare un lavoro, qualunque esso sia. In questo modo, il passaggio per le catene di fast food, pub e ristoranti non diventa più una fase in un percorso più ampio, tramite il quale approvvigionarsi del denaro necessario per sbarcare il lunario, ma una condizione cronica. Sono sempre più i ragazzi e le ragazze che partono per svolgere qualsiasi lavoro e che spesso finiscono per scontrarsi con una realtà che, specialmente a Londra, non sembra particolarmente invitante. I prezzi nella capitale infatti sono piuttosto alti, ed il costo della vita è in costante ascesa mentre il salario medio segue una tendenza inversa La competizione per ottenere anche l’impiegho più modesto si sta facendo sempre più feroce, cosa che si percepisce bene dalle file interminabili che si incontrano davanti ai job center. Se questo non è un problema per i broker ed i vari impiegati della società della City, per chi invece svolge lavori più semplici, ma non meno faticosi, questa realtà rischia di tramutarsi in una vessazione. I politici inglesi nel frattempo, cercano di ridurre i sussidi di occupazione, quelli che servono a pagare gli affitti ed a sostenere i consumi minimi di coloro che lavorano ma che non hanno uno stipendio sufficiente a mantenersi. Per riguadagnare consensi e tentare di arginare quella che per l’opinione pubblica locale è diventata una vera e propria emergenza, si tenterà di agire su questa linea. Tutto ciò pur sapendo che, ad usufruire di questi benefit, è una parte risibile degli immigrati (si parla del 2%) che preferiscono lavorare piuttosto che rivivere di  poco ed a spese del popolo britannico.

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By | 2015-02-12T10:03:29+00:00 12/02/2015|Categories: Giovani e società, Magazine|Tags: , , , , |0 Comments

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Matteo Macuglia
Ho ventun’anni e mi sto laureando in Scienze Politiche e dell’Amministrazione. Ho una grande passione per la fotografia e per l’attualità politica e sogno di diventare un giornalista.