Gli startupper italiani in fuga verso gli Usa

La parola “exit” vi suggerisce qualcosa? No, non è l’uscita di un cinema, un teatro o qualche altro luogo ameno, ma il fenomeno con cui alcuni colossi come Google, Facebook e Twitter comprano piccole startup per molti milioni di dollari. Alcuni piccoli imprenditori vivono proprio di questo: vendono e creano piccole imprese.

Tra i vari startupper figurano anche nomi italiani, menzionati dal Sole 24 ore, che hanno ceduto le proprie idee ai grandi colossi. Tra questi spicca Loris Degioanni, 38 anni, laureato al Politecnico di Torino e creatore di WInPcap, un software per la sicurezza della rete dei computer. Dopo la laurea, John Bruno, professore della University California Davis invita Loris a continuare le sue ricerche negli Usa. Dal 2005 per un anno Loris lavora sul software del Boeing 787 e poi, in collaborazione con il professore, fonda una startup tecnologica. Dopo cinque anni i due, ormai soci, decidono di vendere la startup per 30 milioni di euro a Riverbed, un’ azienda quotata al Nasdaq.
Loris afferma con certezza che in Italia tutto ciò non sarebbe mai potuto accadere perché nessun professore si sarebbe mai sognato di associarsi con uno studente neolaureato e, soprattutto, Riverbed non avrebbe mai rilevato la nuova startup. Questioni di connessioni e accesso.
Adesso Loris sta lavorando ad una nuova startup, Draios, che si occupa di cloud computing e ha già ricevuto milioni di finanziamenti.

Vincenzo Di Nicola, ingegnere, 34 anni, parte con una borsa di studio dell’Università di Bologna per studiare qualche mese nell’Università di San Diego, ma decide di non tornare in Italia e fa domanda per entrare nella Stanford University. Dopo Stanford entra in Yahoo dove frequenta uno stage (ben pagato) di 3 mesi e parte del suo american dream si realizza. VIene chiamato da Microsoft a Seattle e ci lavora per 2 anni, ma è nel 2009 che avviene la svolta, a San Francisco. Nella città che mai riposa Vincenzo fonda la sua startup, Gopago, un’applicazione che permette di ordinare in un bar e pagare telefonicamente senza dover fare la fila. Ed è proprio a Las Vegas, dove le file nei locali raggiungono i 30 minuti, che la app fa successo e nel 2013 Gopago viene venduta ad Amazon.
A Vincenzo tutto ciò non basta, così decide di tornare in Italia per “restituire qualcosa al paese che tanto gli ha dato”.

In Italia, a detta di Marco Marinucci e Alberto Onetti, rispettivamente fondatore e Chairman di Mind the Bridge (la fondazione californiana che supporta lo sviluppo dell’imprenditorialità in Italia), le le startup che volgono all’exit la strada incontrano molte difficoltà

In Italia le startup che volgono all’exit incontrano molte difficoltà, a causa della mancanza di grandi aziende attive nelle nuove tecnologie, delle ridotte dimensioni del mercato e della mentalità.

a causa della mancanza di grandi aziende attive nelle nuove tecnologie, delle ridotte dimensioni del mercato e della mentalità. «Gli imprenditori italiani non vogliono vendere e er non perdere il controllo dell’azienda si sacrifica il suo potenziale».
Il problema riguarda anche l’Europa e, proprio per questo, la Commissione Europea ha lanciato il programma Startup Europe Partnership (SEP) con l’obiettivo di far crescere le Startup e promuovere le exit.

 

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By | 2017-02-12T16:23:17+00:00 25/02/2014|Categories: Economia, Magazine, Mondo, Tecnologie|Tags: , , , , , |0 Comments

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Studentessa non modello della Scuola per Interpreti e Traduttori di Trieste, ma originaria del profondo Sud. Sono appassionata delle più svariate forme d'arte che accordano o scordano (a seconda dei gusti) l'anima e faccio parte del team di Radioncorso.it dal 2013 in qualità di giornalista e speaker.