Il fotografo Saccari a Bruxelles per mostrare L’anima di Trieste

La luce del golfo di Trieste, come diceva il famoso architetto Richard Rogers, è unica tra i porti d’Europa. Ispirato proprio da questo speciale elemento naturale, il fotografo triestino Claudio Saccari ha saputo sapientemente ritrarre la sua città attraverso una settantina di scatti che, dal 26 novembre al 20 dicembre, sono esposti a Bruxelles nella sede dell’Ufficio di collegamento della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia in una personale dal titolo L’Anima di Trieste.

Il suonatore rumeno di sax e la fanciulla, 2013

A curare l’esposizione è un’altra triestina, l’architetto Marianna Accerboni, la quale ha già più volte seguito come critica Saccari e continua a riconoscerne l’abilità nel saper elaborare un melange tra “mistero e sensibilità, estro fantastico e poetico, temperati da un senso della misura che non limita, ma anzi – magicamente – rende ancora più incisivo e convincente il suo messaggio artistico”.

L’Accerboni racconta anche che, dopo aver sperimentato il concetto del cogliere l’attimo fuggente, espresso nel secolo scorso dal celebre fotografo francese Henri Cartier-Bresson, in questa mostra Saccari dona un’interpretazione molto originale della sua città, quale porta d’Oriente, proponendo nelle sue opere persone di varie etnie e provenienze, paesaggi naturali o urbani, ma anche architetture tipiche di questa città asburgica e soffermandosi soprattutto sull’anima del soggetto che il suo obiettivo coglie.  In mostra sono presenti immagini in bianco e nero  stampate a pigmenti di carbone su carta 100% cotone, e a colori, stampate a pigmenti di colore su carta 100% cotone, tutte opere realizzate prevalentemente negli ultimi anni: tra esse, inoltre, numerosi inediti.

Con la Bora scura che soffia, le anime di Saccari riflettono spesso quell’atmosfera romantica che si rifà al

Castello di Miramare di Massimiliano e Carlotta, 2012

concetto di Sturm und Drang (tempesta e impeto) e  alludono magicamente a un non luogo, come definiva Trieste agli inizi del ‘900 il grande giornalista, drammaturgo e regista austriaco Hermann Bahr, nel suo libro Viaggio in Dalmazia. Ed ecco apparire, nel contrappunto del bianco e nero, il violinista polacco che suona in Viale XX Settembre e la varia umanità che popola Trieste (Suonatore di flauto con il suo compagno, Suonatore rumeno di sax). Ma anche il grottesco fa capolino nell’arte del triestino con “Tronco d’albero mascherato”, “Una vita”, una nota”.

Fare il fotografo però non vuol dire soltanto fermare il tempo in uno scatto: egli sa pure rielaborare le proprie immagini attraverso la Fine Art, visibile per esempio in “Castello di Miramare di Massimiliano e Carlotta”, dove un tocco surreale riformula il concetto di fotografia tradizionale.

Trieste, che per certi versi si pone spesso oltre la comune realtà, viene proposta nel suo aspetto più puro e poledrico, che solo un animo sensibile e fantasioso, ma rigoroso, come quello di Saccari, poteva cogliere appieno in modo così brillante.

 

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