Il ruolo delle donne durante la Grande Guerra

Ancora oggi, spesso, lo studio degli eventi storici relativi al primo conflitto mondiale ci trasmette un’idea della guerra come di un universo tutto maschile, in cui rivestono un ruolo centrale i soldati, le battaglie, le decisioni dei grandi generali e la vita di trincea. Eppure, anche le donne, pur non combattendo in prima persona, diedero un apporto fondamentale allo sforzo bellico. Ciò contribuì a modificare il loro ruolo nella società e a dare una spinta decisiva al processo di emancipazione femminile.

Le donne furono chiamate ad affiancare e in molti casi anche a sostituire gli uomini in una vasta gamma di occupazioni: moltissime vennero impiegate nell’industria bellica, le crocerossine fornirono assistenza ai soldati, altre confezionavano da casa indumenti da inviare al fronte. Lavorarono come braccianti agricole, cuoche, medici, telegrafiste, dattilografe, macchiniste e poliziotte, continuando nello stesso tempo a svolgere le mansioni domestiche. In alcuni casi straordinari servirono anche come combattenti. Fu una vera e propria rivoluzione quella che si verificò nelle relazioni fra generi, in una società in cui il lavoro delle donne (soprattutto quelle di classe agiata) costituiva ancora un’eccezione. Grazie alla guerra furono messi in discussione modelli di comportamento fino ad allora ritenuti immutabili e gerarchie e distinzioni che sembravano ormai fortemente consolidate.

All’inizio del XX secolo, le donne non sposate vivevano all’ombra del padre e quelle sposate erano completamente sottomesse al marito, capo unico e assoluto. Le loro condizioni variavano però in base alla classe di appartenenza. Le donne dell’alta borghesia erano esclusivamente mogli e madri e si occupavano dell’educazione dei figli e della gestione della casa senza poter svolgere un lavoro autonomo, mentre quelle della piccola borghesia spesso erano occupate già da prima del matrimonio in professioni tipicamente femminili, come l’insegnante o la bambinaia. Le donne della classe operaia, oltre a fare i lavori di casa, lavoravano come governanti nelle famiglie più abbienti o nelle fabbriche come operaie sottopagate. In ogni caso, per intraprendere un’attività professionale era indispensabile il consenso del marito.

Già da prima della guerra, in tutta Europa venivano condotte campagne per far ottenere alle donne i diritti completi di cittadinanza. Le cosiddette “suffragette” erano soprattutto donne della borghesia che si battevano per il diritto di voto con la resistenza passiva, con scioperi della fame o disturbando manifestazioni ufficiali. Il movimento si impegnò anche per il diritto alla parità di istruzione, di occupazione e di reddito tra donne e uomini. Quando la crisi internazionale cominciò a dispiegarsi fra il giugno e il luglio del 1914, le donne erano ancora quasi ovunque prive del diritto di voto e non avevano possibilità di pronunciarsi sulle questioni politiche. Ad esclusione di alcune leader di organizzazioni internazionali femministe, che incitarono le donne a chiedere ai governi di arrestare la rapida chiamata alle armi, furono rare le voci femminili che si fecero sentire nel criticare pubblicamente i governi a guerra dichiarata. Fra queste, le italiane Linda Malnati e Carlotta Clerici, che collaborarono nel 1914 al “Comitato pro umanità” per sostenere la formazione di una Lega italiana per la neutralità, e l’austriaca Marianne Hainisch, che nello stesso anno assunse la guida della Commissione di pace dell’Unione delle Associazioni delle donne in Austria.

Elody Oblath Stuparich

Lo scoppio della guerra rappresentò un passo molto significativo verso l’indipendenza della donna; con la partenza degli uomini per il fronte, alla donna spettava il compito di allevare da sola i figli e di prendersi cura dell’abitazione, ma soprattutto di sostituire gli uomini in tutte quelle attività che fino ad allora erano state prerogativa esclusivamente maschile. Molte lavoravano nelle città, come telefoniste e conduttrici di tram o negli uffici della posta militare. Oltre al lavoro, si impegnavano in attività di beneficenza e assistenza ai soldati, in organizzazioni volontarie di soccorso e nella cura di feriti e ammalati.

Il numero delle donne che svolgeva lavori in fabbrica crebbe moltissimo: nel 1918, in Italia, le donne rappresentavano un quarto della manodopera negli stabilimenti ausiliari di Torino, il 31% in quelli di Milano, l’11% a Genova e il 20% in quelli non ausiliari della stessa città. Le lavoratrici e le donne più povere della classe media erano addette ai lavori più faticosi. Nel settore industriale e commerciale esse lavoravano in condizioni spaventose, a causa dell’abrogazione del riposo domenicale, del mancato pagamento degli straordinari e dell’aumento delle ore di lavoro fino a tredici giornaliere: fattori che moltiplicarono gli incidenti, le malattie e gli aborti spontanei.

L’attività più importante era l’industria bellica e, in particolare, la produzione di munizioni. La manipolazione di sostanze chimiche velenose provocò spesso problemi di salute a molte donne; inoltre, le fabbriche e i depositi di esplosivi erano a costante rischio di incidenti. Il più grande disastro di cui si sia a conoscenza, avvenne nella fabbrica di munizioni di Wöllesdorf, in Austria. Nello stabilimento circa 500 ragazze e donne confezionavano cariche di lancio per i bossoli di artiglieria dei grossi calibri. L’esplosione che si verificò ebbe effetti devastanti, provocando la morte di quasi tutte le lavoratrici.

03 - Victoria Savs

Con il progredire del conflitto, le amministrazioni militari si trovarono di fronte a nuovi impegni ed esigenze che riguardavano sia i problemi sociali sia gli equipaggiamenti dei soldati, e furono costrette a richiedere l’aiuto volontario dei cittadini. Aristocratiche e borghesi realizzavano gratuitamente lavori di cucito e a maglia per scopi patriottici e di beneficenza. Le diverse associazioni femminili si impegnarono nella raccolta di fondi e donazioni e anche nel trovare lavoro per le donne disoccupate. Una fra le più importanti di queste associazioni fu il Corpo militare ausiliario femminile, creato nel 1917 nel Regno Unito; alla fine della guerra ne facevano parte 57.000 donne.

Le donne diedero un aiuto fondamentale anche nella cura di feriti e malati, a volte direttamente al fronte. Le infermiere seguivano infatti le truppe combattenti con gli ospedali da campo ovunque fosse necessario, sopportando spesso condizioni estreme. In Italia venne creato il Corpo delle infermiere volontarie, che nel 1915 contava già più di 4.000 appartenenti. Non mancarono inoltre donne che prestarono servizio come medici, come la contessa Maria Des Fours-Walderode che, laureatasi in Medicina all’Università di Vienna nel 1909, operò nelle file della Croce Rossa in Serbia e sul fronte nord-orientale prima di essere trasferita sul fronte italiano, dove diresse l’ospedale di San Daniele del Carso dal marzo 1918 fino alla fine della guerra. Un’altra contessa, Lucy Christalnigg, collaboratrice della Croce Rossa, fu nel 1914 una delle prime donne vittime della guerra: voleva portare a Gorizia un’ambulanza passando per il passo del Predil, ma nell’abitato di Serpenizza il suo viaggio non venne comunicato. Quando il veicolo si avvicinò al posto di blocco senza fermarsi al comando, il gendarme di guardia, come da ordini ricevuti, sparò uccidendo la donna sul colpo. Sul fronte dell’Isonzo, le sorelle Virginia ed Enrica Marinaz svolsero durante la guerra il servizio di crocerossine volontarie nell’Ospedale di riserva della Croce Rossa di Gorizia, ottenendo alte onorificenze da parte della Croce Rossa e del governo austriaco.

Numerose intellettuali rievocarono nei loro scritti la condizione delle donne durante la guerra. In particolare, a Trieste visse a quell’epoca una generazione di giovani donne accomunate da un’ardente fede patriottica e una rigorosa formazione culturale che emergono chiaramente dalle loro lettere, i loro romanzi e i loro diari. Fra queste c’è Elody Oblath Stuparich, triestina di padre ungherese e madre veneta e moglie di Giani Stuparich. All’inizio della guerra aderì entusiasticamente alla causa irredentista. Fra i suoi scritti del tempo di guerra ci restano le Confessioni, le lettere a Scipio Slataper, con cui intrattenne una fitta corrispondenza prima e durante la guerra, e il carteggio con l’amica Carmen Bernt, intellettuale e scultrice goriziana.

La scrittrice Clelia Gioseffi Trampus fu autrice de Il calvario, storia della giovane Maria Ruggeri, denunciata e bandita da Trieste per i suoi sentimenti patriottici filo-italiani e confinata in un paesino austriaco fino alla fine della guerra. La vicenda è in parte autobiografica: dal 1915 la stessa Gioseffi, ritenuta “elemento pericoloso” dalle autorità austriache per i suoi sentimenti irredentisti, visse confinata in Austria e le fu negata la possibilità di rientrare a Trieste fino al 1917.

Un’altra giovane triestina, Maria Gianni, venne internata negli anni del conflitto nel campo di concentramento di Oberhollabrunn. Infiammata dall’ardore patriottico, pochi mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia scrisse invettive fortemente anti-austriache. Arrivò a chiudere in una bottiglia e affidare al mare un messaggio che esprimeva il dolore e la speranza della sua città. Esso finì però nelle mani della polizia e la giovane fu accusata di alto tradimento. Nel 1919 pubblicò Inno alla Terza Armata, in cui ripercorse poeticamente le tappe del suo personale calvario, e Memorie di prigionia, un appassionato diario delle sue vicissitudini.

In Attendiamo le navi, diario di guerra di Carmela Rossi Timeus, proveniente da una famiglia triestina di intransigente tradizione nazionalistica, l’autrice espresse un’affermazione trionfante dell’italianità di Trieste. Il diario si conclude nel 1918, quando la bandiera di famiglia, custodita segretamente per quattro anni, viene issata sulla torre del municipio nella città ormai liberata.

01 - Donne al lavoro  in fabbrica

In alcune donne l’entusiasmo per la guerra fu così grande che vollero partecipare ai combattimenti fingendo di essere uomini. In Italia alcune donne, come Luigia Ciappi di Firenze e Gioconda Sirelli di Milano, cercarono di arrivare al fronte vestite da soldato, ma vennero subito identificate e rimandate a casa. In Austria-Ungheria ragazze e donne furono impegnate al fronte su base volontaria per attraversare di nascosto le linee nemiche e raccogliere informazioni. Molte furono impiegate come portatrici e lavoratrici militarizzate. Subito dopo lo scoppio della guerra venne formata una Legione ucraina di volontari in cui combatterono fin dall’inizio giovani donne spalla a spalla con i loro compagni maschi. Fra le figure di donna che combatterono in prima persona va ricordata Flora Sandes, che inizialmente si arruolò volontaria nella Croce Rossa britannica e operò in Serbia presso il secondo reggimento di fanteria. Durante la ritirata verso l’Albania rimase separata dal suo gruppo e si unì per sicurezza a un reggimento serbo. Fu la prima donna ad essere nominata ufficiale dell’esercito serbo e la prima donna inglese a essere ufficialmente reclutata come soldato. Un’altra donna che si distinse per il suo valore in campo fu l’austriaca Victoria Savs, cresciuta tra Arco (Trento) e Merano (Bolzano), che si arruolò insieme al padre nel 1915 con il nome di Viktor Savs. Negli anni 1916 e 1917 combatté in prima linea sul pianoro delle Tre Cime di Lavaredo. A causa di una grave ferita che le causò successivamente la perdita della gamba, venne scoperta e dovette lasciare il fronte. Fu poi insignita della medaglia d’argento al valor militare di prima classe. Maria Amalia von Hauler, crocerossina volontaria nell’ospedale da campo 407 di Opicina e poi a Tolmino, dopo la morte del padre partecipò come tiratore scelto, assegnato al battaglione di montagna del Württenberg, all’offensiva di Caporetto e all’inseguimento delle truppe italiane dal Tagliamento al Piave.

Non combatté in prima persona, ma fu presente sui campi di battaglia l’austriaca Alice Shalek, giornalista, fotografa, scrittrice e unica donna reporter durante la Grande Guerra. Proveniente da una famiglia ebrea dell’agiata borghesia liberale viennese, collaborò dal 1903 con la testata Neue Freie Presse, giornale del liberalismo austriaco, occupandosi di giornalismo di viaggio fino al 1913. Nel 1914 divenne corrispondente di guerra e fu inviata per raccogliere informazioni e scrivere resoconti dai campi di battaglia in Serbia, Galizia e sui fronti del Tirolo e dell’Isonzo. I reportages e le foto da lei stessa scattate nei cinque mesi trascorsi lungo l’Isonzo furono raccolti nel libro Ab Isonzo. März bis Juli 1916, tradotto in italiano nel 1977 con il titolo Isonzofront. Nel volume, in cui sono raccolte le osservazioni in prima persona della giornalista a Gorizia, a Oslavia, sul monte Sabotino, sull’altopiano di Doberdò, sul monte San Michele e negli altri luoghi dell’Isonzo, i fatti non vengono solo registrati, ma anche rielaborati e reinterpretati. I suoi resoconti divenivano così strumenti di propaganda filo-asburgica (risultato sia di convinzioni personali che dell’orientamento del giornale per cui la Shalek lavorava) e la sua rielaborazione delle notizie seguiva spesso più l’utilità bellica che la verità storica.

Molte furono anche le donne che, per motivazioni diverse (bisogno di denaro, intenti patriottici o ricerca di avventura), prestarono il loro servizio come spie. Era un’attività molto pericolosa, che comportava, in caso di cattura, l’immediata condanna a morte per impiccagione o fucilazione. Fra le più note c’è sicuramente l’olandese Mata Hari: entrata nel servizio segreto tedesco nel 1915, nel 1917 fu condannata a morte e giustiziata da un tribunale francese per presunto doppio gioco e alto tradimento. Ma vi fu anche la belga Gabrielle Petit, che lavorò per il servizio segreto britannico con lo scopo di spiare l’esercito tedesco, ma fu scoperta e giustiziata l’1 aprile del 1916 dal controspionaggio tedesco, e l’inglese Edith Cavell, fucilata il 12 ottobre 1915 dai tedeschi per aver aderito a un’organizzazione clandestina che aiutava i prigionieri di guerra britannici, francesi e belgi a fuggire nella neutrale Olanda.

La guerra provocò inoltre grandi cambiamenti nella moda femminile. Con l’ingresso delle donne nelle fabbriche, le gonne lunghe e strette di quegli anni, piuttosto fastidiose nel lavoro quotidiano, lasciarono il posto a modelli più corti e comodi. I colori degli abiti assunsero maggiore uniformità, abbandonando le sfarzose fantasie degli anni precedenti in nome del rigore della guerra. Anche le pettinature diventarono più sbrigative, con capelli tirati indietro e tagliati più corti. Sul finire della guerra, la moda cercò di restituire una nuova eleganza alle donne lavoratrici, ma senza perdere il carattere di praticità che gli abiti avevano assunto negli ultimi anni: per risparmiare tessuto, si proposero gonne più corte e vestiti più semplici, con meno accessori. In nessun caso si ripristinarono gli ingombranti abiti che avevano vestito le donne qualche anno prima.

La fine della guerra portò ad un ridimensionamento degli eserciti e indirizzò l’industria verso prodotti rispondenti alle nuove esigenze di un mercato esclusivamente civile. I posti di lavoro diminuirono e le prime ad essere licenziate furono le donne. Coloro che si trovarono nella situazione più difficile, furono le vedove e le mogli degli invalidi di guerra: per queste donne la perdita di un’occupazione rappresentò un evento drammatico perché, in mancanza di un marito che fosse in grado di lavorare, riuscire a sostenere la famiglia diventava particolarmente difficoltoso. Milioni di soldati non tornarono dai campi di battaglia e le loro mogli, che durante la guerra avevano fatto sforzi disumani e sopportato privazioni enormi, divennero vedove di guerra e supplicanti, costrette a presentarsi regolarmente negli uffici di approvvigionamento.

In ogni caso, per le donne un ritorno alla situazione dell’anteguerra era impossibile perché, almeno nei Paesi democratici, con il raggiungimento dell’indipendenza economica e politica, esse avevano trovato una nuova dimensione nella società da cui non era più possibile tornare indietro.

di Diletta Cordani

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