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Il Silenzio dei Campi in Fiore – Intervista a Marko Sosič e a Marco Puntin

Written by on 11 Luglio 2019

Trieste, tardo pomeriggio, all’interno del Teatro Miela Bonawentura, l’autore Marko Sosič sta dirigendo Marco Puntin durante una delle ultime prove de Il Silenzio dei Campi in Fiore – Pensieri dall’oblio di Zoran Mušičla lettura teatrale che si terrà alle ore 18:00 dell’11 e 12 luglio al Museo Revoltella; all’interno di un progetto di Laura Forcessini, con la produzione di Bonawentura.

Il breve monologo, scritto e diretto da Marko Sosič e interpretato da Marco Puntin, vuole dar voce all’artista Zoran Mušič, che attraverso riflessioni sull’arte, sulla verità, sulla menzogna e sulla necessità di comprendere l’essenziale, cerca di scorgere nell’ombra della sua vecchiaia e nell’oblio dei ricordi il valore dell’uomo e del senso della vita.

Seduti su una pedana, con solo una biglia a terra e un leggio alle spalle, abbiamo chiacchierato con l’autore e l’interprete, che ci hanno regalato un’intervista sentita e priva di formali banalità.
Prima di rispondere alle nostre domande, Marko Sosič anticipa:

Una cosa che mi sta molto a cuore dire è che ho voluto fare questo spettacolo con Marco Puntin. Volevo farlo non con un attore che lavora come attore sempre, ma con qualcuno che ha avuto dimestichezza anche con questo lavoro a livello radiofonico e che si occupi di arte, qualcuno che avesse consapevolezza di che cos’è l’arte, che non la racconta, ma la vive quotidianamente.

Fotografia in primo piano di Marko Sosič

Ritratto di Marko Sosič – Autore de Il Silenzio dei Campi in Fiore

Intervista a Marko Sosič

Questo spettacolo rientra nella rassegna Storie nell’arte – Percorsi Teatrali, come mai hai scelto l’artista Zoran Mušič?

L’artista mi è stato proposto e l’ho fatto volentieri. Sono partito da quello che mi ha colpito di più di Mušič dopo aver visto una sua mostra a Gorizia, prima che morisse. Una mostra enorme che comprendeva tutti i suoi periodi, ma specialmente la parte delle ultime opere in cui rappresentava se stesso e la moglie che scomparivano dalla vita.


Come avviene il processo che trasporta l’arte di un pittore nel monologo?

I miei scritti di solito sono tutti in prima persona, sono dei grandi flussi di coscienza, che sono l’unico modo per entrare all’interno dell’atmosfera. Fino ad oggi, quando ho iniciato a scrivere altre cose cercando di uscire e di cambiare, non sapevo che l’atmosfera dell’artista fosse anche la mia.

 

Quanto si fonde il tuo flusso di coscienza con quello del personaggio?

È una cosa parallela, io sono nato quindici anni dopo la guerra, e da bambino pensavo che la guerra fosse lontana. Ho capito, invece, che assorbivo la vicinanza della guerra e degli orrori che mi venivano raccontati. Sono stati argomenti molto presenti nei miei lavori, anche se non li ho vissuti. Hanno un’importanza anche per altre mie riflessioni, come ad esempio la perdita della dignità umana: una delle cose più terribili che un essere umano può infliggere a un altro. Attraverso questa consapevolezza mi sono accorto di come ognuno di noi perda un po’ la sua dignità in questi tempi privi di solidarietà ed empatia, in cui l’ego principale è il denaro e l’economia. La complessità del mio vivere contemporaneo mi ha avvicinato al mondo di Zoran Mušič, quindi c’è tanto di lui però anche tanto del mio vissuto, senza paragonarlo ovviamente alle esperienze terribili che ha passato l’artista.

 

Il titolo [Il Silenzio dei Campi in Fiore] racchiude questa immagine dei campi, che riprende sia la produzione pittorica dei paesaggi di Mušič, sia l’esperienza nel campo di concentramento di Dachau. In che modo si riescono a inserire due universi così distanti e complessi all’interno di una cosa breve come una lettura teatrale?

È un percorso. Questa immagine che raccoglie i due campi è un’immagine che porto spesso con me, non l’immagine del campo di concentramento, ma quella di una bellezza che si può sentire all’esterno e verso il quale non si può arrivare per vari motivi. Il campo in fiore può essere anche un campo di battaglia interiore, mi immagino sempre un conflitto in mezzo a una gran bellezza.

 

Quali sono le opere di Zoran Mušič che ti hanno influenzato di piú nella scrittura?

Sicuramente le ultime, le altre fanno parte di un percorso che ha fatto l’artista, però il suo scomparire attraverso la tela è una cosa folgorante per me.

 

Il monologo si pone anche l’intento di restituire il senso della vita. Qual è il senso della vita di Mušič attraverso i tuoi occhi?

L’essenza: trovare la propria verità interiore nell’essenza del gesto pittorico, un percorso verso la semplicità, la ricerca della propria verità, una verità in cui si possono riconoscere anche altre verità, però sempre una verità personale, perché se si cerca la verità del mondo, quella che ci vogliono raccontare, allora non si troverà mai.

 

Si parla di oblio, qual è l’oblio che ha vissuto l’artista?

L’artista ha vissuto l’oblio verso la fine della sua vita. È l’oblio dell’esterno. Mentre conserva soltanto se stesso e l’interiorità, l’esteriorità è diventata oblio. La verità. L’artista deve essere sincero con sé stesso, lui stava morendo, ed è riuscito a comunicavre che se ne stava andando nelle tele che stava realizzando.

 

Fotografia in bianco e nero di Marco Puntin

Ritratto di Marco Puntin – Interprete de Il Silenzio dei Campi in Fiore

Intervista a Marco Puntin

Marco da quanto tempo conosci Marko Sosič?

Da un anno. Lo conoscevo di fama e quando mi è stata prospettata questa collaborazione da un lato avevo molto entusiasmo, dall’altro ero un po’ terrorizzato, perché, essendo fermo da tempo, mi chiedevo se sarei stato in grado. Ma poi le sfide si accettano. Soprattutto come uomini e donne di questo nuovo millennio dobbiamo essere pronti a cambiare idea ogni giorno, metterci in gioco, provare cose nuove e farlo ancora di più quando l’età avanza.

 

Qual è stata la parte più difficile?

La parte più difficile è l’irrigidimento che da un lato viene dall’avere una certa età, dall’altro dal non fare teatro da decenni, quindi dover resettare mentalmente tutta una serie di cose.

 

La cosa più bella invece?

La collaborazione con Marko: facile, allegra e soprattutto di spessore. Una collaborazione del genere porta a fare tanti ragionamenti sul contemporaneo.

 

L’essere un gallerista esperto d’arte, in che modo ti ha influenzato per interpretare il personaggio?

Non mi ha influenzato molto in realtà, perché una cosa è essere gallerista e un’altra è essere artista. La cosa che invece mi ha facilitato tanto, grazie ai miei trent’anni di esperienza come gallerista, è stata la conoscenza di tanti artisti. Ne ho conosciuti veramente molti, per cui conosco perfettamente l’egolatrismo e l’egocentrismo dell’artista, nove su dieci son così, poi c’è chi ce la fa e chi non ce la fa.

 

All’ultima domanda rivolta a entrambi su quali siano le aspettative e speranze per lo spettacolo, rispondono di essere realistici e di contare sull’onestà del lavoro che hanno fatto.
Sottolineano però la bellezza di poter eseguire questa lettura teatrale al Museo Revoltella, coniugando l’interpretazione del monologo e la vicinanza al lavoro di Zoran Mušič.
Sicuramente una formula vincente e avvincente, per far penetrare anche gli spettatori meno esperti nella psiche, nell’anima e nel segno di Zoran Mušič.

 

I biglietti sono acquistabili un’ora prima dello spettacolo all’ingresso del museo Revoltella

 

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