In fondo agli occhi del Teatro Miela

A distanza di un anno dalla presentazione di Io provo a volare, Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari tornano al Teatro Miela di Trieste con In fondo agli occhi, opera di “nuova drammaturgia”, diretta da una grande personalità acquisita dal teatro italiano, César Brie. Uno spettacolo complesso, difficile da inquadrare per le sue mille sfaccettature.

“Cieco di merda diceva la mia mamma! Cieco di merda diceva il mio papà! […] Quando vi capita più un’occasione così, insultatemi!”. Sulla falsariga di una canzone rock Tiresia, protagonista indiscusso di In fondo agli occhi, esordisce sul palco, in boxer, per cercare di smantellare il politically correct instillato in ognuno di noi. Il pubblico triestino, specialmente adulto, abituato a mantenere una certa compostezza in ambito teatrale si ritrova un po’ basito e incerto. Non è possibile, però, rimanere totalmente rigidi di fronte alla personalità di Gianfranco Berardi, attore non vedente che trasforma la sua “diversa abilità” in una metafora. La metafora degli italiani ciechi, o meglio, accecati dalle apparenze, dall’ipocrisia, dalle beauty farm e lo shopping, ma questa non è una novità. Non è un tema nuovo o sconvolgente. Quello che rende unico In fondo agli occhi è il ritmo che Tiresia, spalleggiato da Italia (Gabriella Casolari), impone sulla scena. Parlare della padronanza dell’attore tarantino sulla scena sarebbe riduttivo e, per rendere giustizia a Gianfranco Berardi , diremo che è capace di portare tutto sé stesso e la sua storia all’interno di un’opera in parte autobiografica, in parte contenitore di racconti di vita vissuta collezionati negli anni e, ancora, specchio di verità sulla condizione del nostro paese.
Cade a pennello la citazione di Andrea Bortone sull’Internazionale ripresa da Mario Monicelli: “Quando non si vede che è un attore, quello è il migliore di tutti”.

In fondo agli occhi si svolge interamente nel Bar Italia (una grande scritta a neon ci rimanda ad un bar non propriamente elegante) gestito da Italia, donna insoddisfatta che ostenta la nostalgia per un marito che l’ha lasciata, e Tiresia, suo compagno che rimpiange una carriera da rockstar. I due, per quanto all’apparenza inappagati, sono complementari: Italia si prende cura di Tiresia in tutto e per tutto – arrivando ad ingozzarlo di melone durante un lungo monologo o a mettergli del talco sul sedere – e Tiresia, a sua volta, pur facendola disperare, la fa sentire viva. Un rapporto che può tranquillamente tradursi in quello della nostra penisola e i suoi abitanti, cechi rispetto a tutti gli errori che compiono, talvolta inetti e incapaci di cambiare, ma estremamente legati alla loro Italia.
Scene fin troppo didascaliche si alternano ad altre dal tocco registico efficace in cui l’abile mano del regista argentino arriva come un deus ex machina a impostare i ritmi e creare un’atmosfera lirica.

Superata l’impressione di uno spettacolo semplicistico, prevale la stessa sensazione di stordimento che si ha dopo aver sorseggiato un cocktail ben fatto: l’alcol quasi non si sente, ma l’effetto si. E arriva a sorpresa.

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By | 2015-04-26T19:19:52+00:00 26/04/2015|Categories: Magazine|Tags: , , , , |0 Comments

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Studentessa non modello della Scuola per Interpreti e Traduttori di Trieste, ma originaria del profondo Sud. Sono appassionata delle più svariate forme d'arte che accordano o scordano (a seconda dei gusti) l'anima e faccio parte del team di Radioncorso.it dal 2013 in qualità di giornalista e speaker.