John e Joe presentati dagli attori Pannelli e Romano

Si è conclusa da poco la messa in scena, presso il Politeama Rossetti, dello spettacolo John e Joe, il testo di Agota Kristof diretto da Valerio Binasco. Noi di RadioInCorso abbiamo avuto la fortuna di incontrare i protagonisti, Nicola Pannelli e Sergio Romano, in occasione di AperiTeatro e capire meglio la loro visione dello spettacolo.

Per chi non conoscesse la storia, John e Joe sono due clochard con caratteri quasi complementari, come ha sottolineato Sergio durante l’intervista, che vedono la loro amicizia messa a dura prova dalla vincita di una discreta somma di denaro da parte di uno dei due. «Il testo è stato un regalo, interpretare una delle poche stesure teatrali della grande Agota Kristof scritta negli anni ’70 è un onore» ha esordito Nicola. Presentando la preparazione dello spettacolo ha poi continuato «I personaggi sono complessi, ironici, comici e allo stesso tempo malinconici. Il lavoro che abbiamo fatto con Vinasco rappresenta quasi una tappa fondamentale per le passate esperienze di entrambi sul clown. Questa è stata l’occasione per sperimentare un testo che richiedesse solamente questo tipo di recitazione e abbiamo avuto la possibilità di sperimentare molto» ha continuato. John e Joe sono infatti la classica coppia di clown, paragonata spesso a una versione originale di Stanlio e Ollio o di Vladimiro ed Estragone: uno appare più nervoso e autoritario, l’altro subisce, nonostante sia il più furbo dei due. Si crea anche in questo testo uno scambio di ruoli continuo tra chi comanda e chi subisce «Agota Kristof è riuscita, utilizzando questo schema tipico della comicità dei clown, a trattare un argomento complesso in maniera semplice, ossia i rapporti di disuguaglianza che vengono provocati dal denaro e dalla ricchezza» è stato il commento di Pannelli.

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Parlando del particolare uso del suono all’interno delle scene, ossia sfruttarlo per creare ambientazioni e personaggi in un palco altrimenti neutro, Nicola ha voluto sottolineare come lo spettacolo «risulti in realtà fatto in tre, insieme al nostro tecnico (l’aiuto regia Aleph Viola, ndr) che fa anche da coach, musicista e attore. Recita quasi con noi, gioca con noi muovendo il suono e permettendoci di recitare». È Sergio poi a spiegare come l’idea di sostituire il personaggio del cameriere con dei suoni sia di Valerio Binasco, per poi commentare «credo che ciò abbia amplificato la dimensione di solitudine dei due personaggi, aiuti a focalizzarsi sulla loro paura del mondo, sul non sapere come comportarsi. Sono soli, non hanno che loro stessi e la loro amicizia. Recitare solamente l’effetto che il terzo personaggio ha su di essi permette di metterli ulteriormente a fuoco, lo stesso vale per l’ambiente spoglio».

La solitudine è infatti uno dei temi che questo spettacolo tocca, nonostante si tratti di una commedia. Lo smarrimento che le persone possono vivere quando il loro mondo si modifica improvvisamente, oppure il peso che la realtà economica ha nei rapporti umani sono alcuni dei temi che accompagnano le risate che i personaggi clowneschi creano nel pubblico. Un testo che risulta attuale nonostante risalga agli anni ’70 del secolo scorso, come lo stesso Nicola afferma: «anche se l’economia non è il mio ambito di lavoro, mi viene diretto e spontaneo dire che non è cambiato niente dal punto di vista economico. Ma proprio nulla, nemmeno un pelo! Credo che quanti pensino la situazione sia cambiata lo facciano perché, in qualche modo, hanno bisogno di allontanare lo spettro di una verità sostanziale: che il denaro modifica da sempre le esistenze, le opprime e le schiaccia».

Riguardo le tematiche affrontate nello spettacolo è però Sergio a dirci come «sembra che il testo vada a toccare temi e paure tipiche di tutti gli esseri umani, anche se magari non ci ricordiamo di averci avuto a che fare. Sono aspetti legati alla sopravvivenza e alle dinamiche di amicizia. Il testo è scritto in un modo così essenziale, come anche altri scritti della Kristof, che tocca in maniera semplice paure e dinamiche profonde. Affronta la povertà, la solitudine, la morte, la possibilità di affrontare la vecchiaia da soli…tutti aspetti su cui il denaro può influire pesantemente. Come dice il nostro collaboratore Alef, c’è la sua rabbia in questo testo, dovuta al suo forzato trasferimento in Svizzera: la realtà è ingiusta e dura e ancora oggi viviamo sulle spalle di altri popoli. Allo stesso tempo c’è però un lato dedicato alla ricerca della speranza, che non ha mai abbandonato. La sua analisi della realtà è ancora attuale proprio perché riguarda questioni di base: sopravvivere, l’amicizia, volersi bene, litigare, esprimere quello che si sente».

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Una semplicità di analisi testimoniata anche dalla scena dello scambio d’abiti, un gioco che parte dalla classica domanda cosa faresti se fossi nei miei panni. Una scena che i due protagonisti hanno interpretato come una concretizzazione che si oppone all’abuso delle parole. «Ci sono situazioni in cui non puoi immaginare cosa faresti, non c’è spazio per le chiacchiere come quando si giocava da bambini a “cosa faresti se”» ha spiegato Sergio Romano, «quella che riporta è un esemplificazione semplice ma chiara, siamo in un mondo solo: o lo dividiamo in qualche modo o lo condividiamo».

Uno spettacolo divertente ma impegnato, un testo che si giustifica da sé, anche se non è uno dei titoli maggiormente conosciuto del mondo teatrale, come ci tiene ad aggiungere Sergio: «Non ci sono differenze dovute all’autore, alla produzione o al tipo di regia. Questo spettacolo secondo me si presenta come un gioco: noi giochiamo in scena e facciamo ridere il pubblico, ma il valore che allo stesso tempo il testo trasmette è enorme».

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Chiara Zanchetta
In testa un uragano di idee, in tasca due lauree in Comunicazione. Nella vita? Chi lo sa