La leggenda della laurea breve

Voleva essere una rivoluzione, una nuova possibilità per meglio conciliare il mondo del lavoro con quello dello studio, introducendo maggiore flessibilità nel sistema; pare però che la riforma che prende il nome da Luigi Berlinguer non abbia dato i frutti sperati. La laurea breve, nata nel 2000, ha si raggiunto l’obiettivo di incrementare il numero dei laureati in Italia, pur rimanendo molto distanti dai nostri partner europei, ma ha anche introdotto qualche criticità. A ben vedere i numeri infatti, per diventare dottori (triennali!) ci vogliono in media 5 anni e un mese. In questo dato si nascondono sia coloro che ce la fanno in soli 3 anni (uno su tre), sia coloro che ce la fanno in 6-7 primavere…e poi volendo c’è anche la magistrale!

Luigi Berlinguer è il padre della riforma che, dal 2000, ha istituito la laurea breve.

Il quadro evidenzia che il problema, al di là dei periodi più o meno lunghi di permanenza negli atenei, è essenzialmente motivazionale. Le nostre matricole si trovano completamente spaesate nella scelta del percorso universitario da seguire; questo probabilmente il motivo del tasso di abbandono che si attesta al 40%. Per tre studenti su dieci poi, il primo anno è buttato via oppure, nella peggiore delle ipotesi, rappresenta il momento in cui si realizza che i libri e la scuola in genere ci hanno stufato. Va quindi sicuramente potenziato l’orientamento nel passaggio dagli studi superiori a quelli universitari, così da dare un’idea più precisa agli studenti di cosa vogliono dal loro futuro e come ottenerlo. Il fatto che nelle lauree a ciclo unico ad accesso programmatico, come Medicina, queste problematiche si rilevino nella forma di un tasso di abbandono totale dell’8,6% non fa che aumentare i sopetti. Essendo minore il tempo di percorrenza, con una percentuale di fuori corso che si attesta al 33%, contro il 42 delle cugine da tre anni, ci si può cominciare a chiedere se gli studenti triennali non vadano adeguatamente spronati a velocizzare i loro corsi di studi. Come ottenere questo? La risposta purtroppo è semplice: vanno introdotti i test ed il numero chiuso per tutte le facoltà. Nonostante alcuni pensino che questi siano dei crudeli metodi di selezione neo-darwiniana, è indubbio che introdurrebbero due interessanti novità nel nostro sistema. La prima è senz’altro il merito; studiare tornerebbe ad essere considerato un privilegio (quale è) e non più come un modo per far passare i mesi intanto che si pensa a che fare della propria vita, per la felicità dei genitori che continuano a pagare tasse e libri. La seconda sarebbe l’entusiasmo, da tempo disperso soprattutto nelle facoltà triennali, il pensiero va a Scienze Politiche, Sociologia, Scienze delle Comunicazione, Biologia…e l’elenco potrebbe continuare. Non è un caso se è proprio in queste facoltà che si trovano parcheggiati il più alto numero di ritardatari nel conseguire la laurea, privi di un progetto per il futuro e di voglia di fare, che nel frattempo si godono il calduccio delle aule sorseggiando Redbull e guardando serie tv come se non ci fosse un domani.

Nonostante la laurea assicuri ancora uno stipendio di almeno il 25% più alto di quello ottenibile con un diploma ed una possibilità di carriera molto più ampia, solo uno studente su due decide di proseguire gli studi per diventare “dottore magistrale”. C’è da dire che, se molti si fermano ai tre anni, chi sceglie di proseguire è molto veloce a chiudere la pratica, con un ritardo medio di soli 8 mesi. Medaglia d’oro per gli indirizzi scientifici come Matematica e Fisica. Probabilmente la chiave del successo di questo genere di studi è la capacità di capire fin da subito cos’è chi si ama fare e saper scegliere un lavoro che si percepisce che darà delle discrete soddisfazioni in futuro, in termini tanto di guadagno quanto di carriera. Quindi, oltre ad imporre il numero chiuso per aumentare la redditività degli studenti si potrebbe, a ben vedere, cominciare ad informarli seriamente sulle reali possibilità di crearsi un futuro seguendo le proprie inclinazioni. Se quest’ultima è infatti la strada che dovrebbe guidare le nostre scelte per quanto riguarda la nostra istruzione, sarebbe giusto prendere atto del fatto che alcuni percorsi rischiano di portare a frustrazioni nella vita come nell’occupazione, e dovrebbero essere intrapresi solo se si è davvero determinati a percorrerli con grinta e tanta buona volontà, più la fortuna che ci vuole sempre.

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Matteo Macuglia
Ho ventun’anni e mi sto laureando in Scienze Politiche e dell’Amministrazione. Ho una grande passione per la fotografia e per l’attualità politica e sogno di diventare un giornalista.