La storia di Giumana, dalla Siria a Trieste

All’indomani degli attentati di Parigi e dei riflettori puntati sull’Islam, abbiamo cercato di capire cosa pensa una giovane ragazza proveniente dal mondo arabo e iscritta all’Units. Vi riportiamo quindi la storia di Giumana Abu Sharar, 21 anni, studentessa della Scuola per Interpreti e Traduttori. Nata in Italia, ma di provenienza Siriano-Palestinese, ha deciso di rispondere ad alcune domande per spiegare come una persona che ha vissuto il mondo arabo (pur non essendo musulmana) ha visto gli ultimi avvenimenti che oggi mettono vedono il Medio Oriente in una contrapposizione ideale con L’Europa ed il mondo occidentale in genere.

Raccontaci un po’ della storia della tua famiglia, cos’ha portato i tuoi a venire in Italia?
Mio padre, palestinese di nascita, è arrivato all’università quando aveva 18 anni, iscrivendosi all’ateneo di Genova, finendo poi per mettere su famiglia in Italia. Io quindi sono nata qui, però quando stavo per andare alle elementari i miei hanno pensato che sarebbe stato il caso che facessi almeno una parte delle scuole in Siria e così sono partita con le mie sorelle per fare ritorno in Italia all’età di 15 anni, dopo di che ho cominciato il liceo. Mio padre in Italia al suo arrivo si è trovato subito bene, visto che a Genova, dove studiava architettura, c’era una piccola comunità di studenti che provenivano dalla sua stessa zona, alcuni di loro li sente ancora! Mia madre invece è nata e cresciuta in Siria, figlia della generazione di profughi palestinesi del ’48. In realtà quindi la mia provenienza è solo relativamente siriana, diciamo che è una semplificazione.

Il periodo di scuola in Siria com’è stato?
Beh intanto non è stato un periodo continuativo, visto che tornavo in Italia tutte le estati e per le vacanze, sono sempre stata a metà tra i due mondi. A scuola in teoria maschi e femmine stavano tutti assieme ma, essendo una struttura abbastanza povera, creata da un’organizzazione che aiuta i rifugiati, dovevano dividerci in turni per frequentare le lezioni e il criterio di scelta fu dividere maschi e femmine. Quindi si, eravamo divisi, ma non per una questione religiosa o pregiudiziale. Alle elementari ho avuto anche qualche compagno maschio, poi all’aumentare del numero degli studenti ci hanno dovuti dividere in macro gruppi.

Com’è stato passare dalla realtà siriana a quella italiana?
Diciamo che un po’ di contrasto si notava ma non essendoci in Siria la chiusura mentale che molti si aspettano lo stacco non è così netto. La gente è molto tranquilla nonostante vi sia un’impostazione sociale basata su principi molto diversi da quelli italiani.

Cosa ti piace in particolare della Siria?
Lì c’è un bellissimo senso della comunità, dello stare insieme, che è una cosa adorabile e della quale si sente un po’ la mancanza in Italia. Detto questo è anche vero che personalmente apprezzo molto che qui ci si faccia un po’ gli affari propri e che non ci sia quella logica da paesino per la quale ogni tua scelta è condizionata dall’opinione delle persone che ti stanno intorno e dalle loro possibili reazioni.

Il peggior difetto italiano?
Una cosa che mi ha sempre dato fastidio è il bisogno viscerale che sembrano avere tutti, me compresa, di parlare di qualsiasi cosa anche se in realtà non ne si sa nulla, è un po’ il liet motiv italiano. È giusto interessarsi a tutto ma qualche volta qui si esagera proprio.

Decisamente si, questa cosa si è vista anche durante i fatti di Parigi, sui quali tu ti sei espressa in maniera abbastanza forte sui social network, in particolare parlavi dei pregiudizi della gente nel parlare di questa cosa…
Oltre al fatto che per la maggior parte delle persone parla di fatti dei quali sa poco, riportando quanto scritto dai vari quotidiani ecc, tutta la rabbia della gente sembra essere basata sul fatto che l’Islam sia una religione che prescriva di commettere atti orribili con il beneplacito di Dio. La Jihad effettivamete esiste, ma è un concetto molto più ampio di quello che siamo abitutati a sentirci raccontare. In realtà la Jihad invita a diffondere la parola di Dio con ogni mezzo a propria disposizione, prima di tutti la parola, più o meno come fanno i testimoni di Geova. Il fatto che la si intenda come farsi esplodere ed immolarsi in una sorta di guerra santa è una totale contraddizione! Nello stesso Corano c’è un verso che recita all’incirca così: “chi salva una vita è come stesse salvando l’intera umanità mentre chi uccide un uomo è come se stesse uccidendo l’intera umanità”. È ovvio quindi che una religione che si esprime così non può essere la stessa che invita ad ammazzare delle persone. Chi non si è mai informato sui precetti dell’Islam finisce per parlare quindi per sentito dire e per preconcetti, con una percezione molto alterata della realtà dei fatti. Il messaggio divino è sempre l’amore, se poi le persone strumentalizzano le scritture sacre per seguire i propri propositi si sta parlando inevitabilmente d’altro.

photo

Hai mai notato qualche pregiudizio tra i tuoi coetanei nei confronti della popolazione musulmana emigrata in Italia?
Mah guarda per quanto riguarda le persone che ho incontrato io si sono sempre dimostrate molto aperte e non mi è mai capitato di dover fare qualche precisazione banale sulla mia provenienza o altro. Complice forse il fatto che frequento la scuola interpreti, stando quindi a contatto con persone particolarmente predisposte alle culture straniere.

Senti ma invece cosa ne pensi del contesto nel quale si è sviluppata la rivoluzione in Siria?
Ci sono varie opinioni tra la gente su questo argomento, quello che posso dirti io è che pare che tutto sia nato da una persona che, tramite un profilo Facebook, creava degli eventi e invitava la gente a manifestare per diritti civili e libertà di espressione. Da qui si è poi passati alla lotta armata contro il regime. Anche sui ribelli c’è più di un interrogativo. I soldi in Siria c’erano, ma erano concentrati nelle mani della famiglia Assad e degli alauiti. Gli armamenti e le risorse in mano dei ribelli quindi non si spiegherebbero in quanto le risorse economiche del paese erano tutte concentrate nelle mani della coalizione pro-regime. Dev’esserci qualcuno che lavora dietro le quinte per fomentare la rivolta con una quantità di risorse che il popolo siriano dubito potesse dispiegare prima della rivoluzione, figuriamoci ora.

Il regime di Assad era un male così grande?
Libertà di espressione non esisteva, proprio zero. Si sapeva che non si poteva parlare contro il governo se non correndo qualche pericolo ma la vita procedeva tranquilla. Con Assad il paese aveva un’economia depressa ma non troppo, ed in ogni caso era sicuro e stabile. Il tasso di criminalità era molto basso, in nove anni che ho passato là ho sentito di un solo omicidio giusto per dire. Non è che io sia pro o contro Assad, ma senz’altro il regime, nel bene o nel male, ti permetteva di vivere la tua vita, costruirti un’attività ed una famiglia mentre oggi il paese è in piena anarchia. Ora comunque molti siriani rimpiangono Assad poiché ora si ha la sensazione di essere in mezzo a trame internazionali molto più grandi e che evidentemente hanno poco a cuore il popolo siriano.

Tornare in Siria dopo la guerra? Ti piacerebbe?
No non direi, ormai ho preso un’altra strada. Magari un giorno per lavoro…

Commenti Facebook
By | 2015-01-22T22:26:53+00:00 22/01/2015|Categories: Giovani e società, Magazine|Tags: , , , |0 Comments

About the Author:

Matteo Macuglia
Ho ventun’anni e mi sto laureando in Scienze Politiche e dell’Amministrazione. Ho una grande passione per la fotografia e per l’attualità politica e sogno di diventare un giornalista.