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La storia di Shauba commuove il Teatro Miela

Written by on 1 dicembre 2018

Mercoledì 28 novembre, all’interno della rassegna Spaesati, è andato in scena Lampedusa Beach, spettacolo tratto dal testo di Lina Prosa e con Sara Alzetta, che ne ha curato l’adattamento teatrale e la regia.
Il monologo è stato riproposto al Teatro Miela dopo il grande successo ottenuto al Teatro Stabile Sloveno dell’ottobre scorso.

La storia, scritta nel 2003, è ancora estremamente e drammaticamente attuale: si tratta di un intenso monologo sull’emigrazione clandestina, raccontato attraverso gli occhi e le emozioni di Shauba, una giovane africana naufragata al largo di Lampedusa. È la testimonianza,  poetica e tragica, del viaggio e dell’esperienza della giovane: il sogno di una vita migliore, l’indifferenza del mondo, ma anche il rapporto primordiale con l’acqua e la sua identità mediterranea. Shauba sprofonda lentamente e, mentre  scende verso gli abissi, ricorda le tappe del suo viaggio fatto di speranza e di angoscia, in cui prendono vita le persone a lei care e i personaggi incontrati: l’amata zia Mahama, la madre, lo scafista.

Il racconto, denso e commuovente, ci fa rivivere tutta la vicenda di Shuaba, dalla sua vita in Africa, all’organizzazione della traversata, per poi arrivare al viaggio vero e proprio. Un viaggio colmo di speranza, di voglia di conoscere un mondo nuovo, ma anche di paura, preoccupazioni e tormenti, che raggiungono il culmine nel momento in cui i due scafisti nel tentativo di violentarla fanno rovesciare la scialuppa, quando le coste di Lampedusa sono ormai già visibili. Shauba si ritrova quindi in balia del mare, circondata da “tavole umane“, ovvero cadaveri, pesci e oggetti degli altri naufraghi con cui aveva fino a quel momento condiviso quel viaggio disperato e di speranza. Ma “il mare resta innocente“, la tragedia è stata causata esclusivamente dalla crudeltà degli uomini…

L’attrice Sara Alzetta ha recitato magistralmente il monologo, intervallato da video sequenze che danno vita al personaggio di Mahama, a cui Shauba si rivolge per gran parte del racconto, e che diventano il mezzo a cui affidare gli appelli al Capo dello Stato italiano e al Capo dello Stato d’Africa, che dovrebbero far fronte a questa tragica situazione.

Come spiega l’autrice Lina Prosa: “La parola annegata di Shauba dà vita a un’odissea sott’acqua in cui la fine, l’arrivo al fondo, è un respiro lungo elevato a racconto”. E questa odissea lascia il pubblico con il fiato sospeso per tutto lo spettacolo, nella speranza che Shauba riesca finalmente a raggiungere la spiaggia di Lampedusa che aveva già visto in lontananza, grazie agli occhiali da sole donati dalla zia Mahama. Solo quando Shauba tocca il fondo dell’abisso la speranza lascia spazio alla tristezza e si viene catapultati di nuovo nella tragicità della vicenda sempre più attuale.

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