La Tempesta che ha scosso il Rivolta

Il festival di musica indipendente più grande in Italia torna al centro sociale Rivolta di Marghera e, come sempre, si rivela uno spettacolo imperdibile. La serata inizia all’insegna della pioggia, una maledizione che la Tempesta porta proprio nel nome, e delle caramelle, che vengono gentilmente offerte ai primi arrivati. Nell’open space, nel frattempo,  i Tre Allegri Ragazzi Morti stanno facendo le ultime prove con un enorme banda swing. La prima tappa è il Nite Park, situato nell’ultimo edificio del Rivolta, dove suonerà Beatrice Antolini, nuovo acquisto dell’etichetta.

Beatrice Antolini è una vera e propria sorpresa. Oltre a cantare, suona la batteria e il pianoforte, e sembra avere un energia infinita. Il suo è un pop con influenze punk e elettroniche molto interessante che riesce a prendere il pubblico.

Dal Nite Park mi muovo verso l’Hangar, il locale più grande del Rivolta, dove si esibirà Pierpaolo Capovilla nel suo progetto solista.

Pierpaolo Capovilla. Il suo è un progetto molto bello, e per l’occasione si è attorniato da musicisti veramente bravi. Il concerto inizia e la band sembra creare un atmosfera per ogni parola di Pierpaolo, il sassofono stride, la batteria si agita, la chitarra si lamenta. Pierpaolo riesce a emezionare il pubblico più di una volta, grazie sopratutto ai testi, che sono storie di vita vissuta e contengono una carica emotiva spaventosa, che insieme alla musica contribuiscono a mantenere lo sguardo del pubblico fisso sui musicisti e sul palco. Rispetto ai concerti del Teatro degli Orrori, dove rabbia e speranza sembrano fondersi insieme, gli show da solista di Capovilla mostrano un incredibile sensibilità artistica e una lucida interpretazione della realtà, italiana e non, della vita quotidiana.

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Nonostante la pioggia incessante e le bancarelle all’esterno che regalavano marshmallow e caramelle, mi sposto di nuovo verso il Nite Park, dove avrebbero suonato gli Universal Sex Arena, un concentrato di rock n roll all’ennesima potenza.

Universal Sex Arena. Ritmi tribali, punk, rock n roll. Il Nite Park esplode di potenza, e il pubblico, per la prima volta nella serata, inizia uno sfrenato pogo nelle prime file. Gli Universal Sex Arena sono bestie da palcoscenico e scatenano, con ritmi ossessivi, il pubblico. I ritmi sono, per l’appunto, il punto forte della band, e dal vivo rendono dieci volte tanto. Le chitarre punk trasportano il pubblico e il cantante sembra incarnare uno sciamano nel bel mezzo di un rito.

L’atmosfera si è iniziata a scaldare e, giusto per alzare il ritmo, arrivano i Pan del Diavolo nell’Hangar.

Pan del Diavolo. Come sempre si rivelano una certezza, nonostante alcuni problemi tecnici alle chitarre, scatenano il pubblico con il folk rock. Pertanto, Piombo, Polvere e CarboneLibero fanno saltare il pubblico dell’Hangar. Ritornano, dopo la parentesi con tre membri (Formazione che si era esibita anche all’Etnoblog), come ai vecchi tempi:  Pietro Alessandro Alosi e Gianluca Bartolo da soli, con le chitarre e la grancassa.

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Ritorno al Nite Park e mi ritrovo davanti a una scelta difficile: Management del dolore post-operatorio o Cosmetic? Decido di seguire entrambi i concerti.

Managment del dolore post operatorio. Forse loro sono gli unici che non mi hanno entusiasmato abbastanza in tutto il festival. Irriverenti, un pò troppo arroganti forse, tuttavia, nonostante la mia opinione personale, le loro canzoni si susseguono velocemente e il pubblico sembra davvero entusiasta. Il ritmo è incalzante e il cantante si agita per il palco.

Dopo questa breve parentesi, mi dirigo in fretta e furia verso la Rivoltella.

Cosmetic. La rivoltella è il locale più piccolo dell’intero Rivolta, ed è adibito a osteria. I Cosmetic tuttavia riescono a trasportare il pubblico attraverso canzoni punk e alternative rock, e riescono, passando da canzoni molto blande a canzoni molto ritmate, verso la fine dell’esibizione, a scatenare un pogo pazzesco all’interno della Rivoltella, dove vengono rubati gli occhiali al cantante Bart (successivamente ritrovati dopo una leggera sfuriata del cantante).

Riesco, intanto, a comprarmi 4 crocchette di patate per caricarmi in vista delle ultime esibizioni.

Mellow Mood. Anche loro, nonostante la svolta meno reggae e più dub/elettronica, riescono ad essere una certezza. Jacopo e Lorenzo Garzia, i gemelli della band, sono vestiti uguali e ingaggiano un duello. Il pubblico a destra e il pubblico a sinistra sono i giudici. Le trovate dei Mellow Mood sono sempre molto interessanti, e coinvolgono il pubblico come nessuno. Il concerto fila liscio, e si susseguono canzoni dei tre album pubblicati dalla band pordenonese. Alla canzone Don’t Leave I Lonely si alzano in tutto l’Hangar una miriade di accendini. Bellissimo.

Fine Before You Came. Pazzeschi come sempre. Non riesco a godermeli interamente, ma, come loro solito, regalano uno show incredibile al pubblico della Tempesta. Le prime file sono un tripudio di stage diving, e il discorso finale di Jacopo è veramente il manifesto della band.

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The Zen Circus. Oramai l’atmosfera è calda abbastanza, e gli Zen sono pronti a portare il loro ultimo album anche alla Tempesta, dopo un assenza di due anni dal festival. Ovviamente il concerto è fantastico, nella loro formazione da buskers (Per dirvi: la batteria di Karim aveva, al posto dei tom, due annaffiatoi di plastica) rendono veramente molto.

Purtroppo, per cause maggiori, mi perdo Paolo Baldini DubFiles, che posso comunque immaginare, avendolo visto già l’anno scorso, come uno show pazzesco.

Insomma lo ribadisco: la Tempesta è un’esperienza unica, che, se sei un amante dei gruppi che ho citato, ti conviene vivere. Viva la musica, viva la Tempesta.

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By | 2014-12-10T09:44:20+00:00 10/12/2014|Categories: Magazine|Tags: , , , , , |0 Comments

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