Morrissey e la (presunta) crisi di mezza età

Qualche mese fa usciva la notizia che dava l’ormai cinquantatreenne Sir. Steven Patrick Morrissey prossimo al ritiro. Il motivo sarebbe stato l’incedere inclemente dell’età. Poi la sonora smentita, e la notizia di cui sopra viene ironicamente definita una “pia illusione”. Eppure, a vederlo salire sul palco del Grado Festival Ospiti d’Autore non c’è dubbio: Morrissey è invecchiato. Specialmente per chi fino ad ora lo ha potuto vedere solo nei video di repertorio anni ’80, a indossare camicie larghe e lanciare gladioli sulla folla. La domanda è, se invecchia come il vino buono oppure no.

Il cantante Morrissey.

I tempi degli Smiths sono lontani anni luce nella carriera dell’artista. Nella testa dei fan, giovani o meno giovani, un po’ meno. E allora Morrissey sale sul palco, declama la sua nota passione per l’Italia («I speak in english, but I dream in italian») e attacca con “How Soon Is Now”, pezzo musicato dal caro vecchio Johnny Marr e uscito nel ’84 come B-side del singolo “William, it Was Really Nothing”. Quel che ci vuole per scaldare il pubblico e dare sollievo a qualche ansioso spettatore: «ok, allora stasera sentiremo qualche pezzo degli Smiths». La maggior parte della scaletta, tuttavia, propone pezzi della produzione solista, che conta ben nove album all’attivo dal 1988 ad oggi. Da questo repertorio Morrissey attinge in modo abbastanza variegato, dando un po’ più spazio agli ultimi lavori. “You have killed me”, “I will see you in far off places”, “Black Cloud” sono alcuni dei pezzi più recenti proposti, alternati ad alcuni dei primi successi come “Everyday is Like Sunday” e “Oujia Board Oujia Board”. In scaletta, inoltre, alcuni brani inediti (“Action is My Middle Name” e “paople are the Same Everywhere”), registrati live nel giugno 2011 per la BBC.

Dopo “Last Night I Dreamt that Somebody Loved Me”, secondo pezzo eseguito dalla produzione Smiths, è il turno di “Meat is Murder”, inno animalista inserito nell’omonimo album del 1985. Sarà l’unica delle annose battaglie di Morrissey a trovare spazio nella serata. Tra un’esecuzione e l’altra il re manchesteriano del pop trova modo di cambiare camicia tre o quattro volte. La band è giovane e composta da validi elementi, ma al cospetto di un frontman di quel calibro non può che rimanere in secondo piano. Il pubblico è definitivamente coinvolto, rispondendo bene ai pezzi proposti (noti o meno noti che siano) e quando verso la fine si sentono le prime note di “Still Ill” è forse il momento più alto di tutto il concerto.

Dopo l’uscita di scena di Morrissey e band c’è tempo – ahimè – per un solo bis. “I Know it’s Over”, tratto dall’album-capolavoro “The Queen is Dead”, chiude il concerto, e tutti i quattro lavori della produzione Smiths hanno trovato spazio. La scaletta avrà forse lasciato l’amaro in bocca a qualcuno, ma con un repertorio così ampio non può essere altrimenti. Di sicuro gli anni passano ma l’importanza di essere Morrissey rimane la stessa, quindi accogliamo con sollievo la smentita del ritiro. La Regina è morta, lunga vita a Morrissey.

Leggi anche la recensione di Lucia Poggi.

Commenti Facebook
By | 2012-07-15T13:17:15+00:00 15/07/2012|Categories: Cultura e spettacoli, Musica|Tags: , , , |0 Comments

About the Author: