Paolini porta Jack London al Rossetti di Trieste

Marco Paolini ritorna al Politeama Rossetti dopo il successo di ITIS Galileo che aveva inaugurato la stagione 2011-2012 Teatro Stabile regionale e propone al pubblico un titolo particolare, Ballata di uomini e cani – dedicata a Jack London. L’appuntamento con uno degli artisti più amati dal pubblico di Trieste, è dal 2 al 6 aprile, per il cartellone Prosa dello Stabile.

Un tributo a Jack London, dunque: autore dalla biografia incredibile e turbolenta e dalla sterminata produzione, a torto relegato – con i suoi Zanna Bianca e Il richiamo della foresta – alla letteratura per ragazzi. Nato in California nel 1876 London fu strillone di giornali, pescatore clandestino di ostriche, cacciatore di foche, corrispondente di guerra, giornalista, lavandaio, pugile, coltivatore, agente di assicurazioni, naturalmente scrittore, e addirittura cercatore d’oro nella leggendaria epopea del Klondike.

Marco Paolini in “Ballata di uomini e cani”.

«La sua produzione letteraria è enorme – osserva infatti Marco Paolini nelle note di regia – e ancor più lo è pensando a quanto poco sia durata la sua vita». E continua, ricordando le prime tappe del “work in progress” da cui è nato Ballata di uomini e cani: «Sono partito da alcuni racconti del grande Nord, ho cominciato questo spettacolo raccontando le storie nei boschi, nei rifugi alpini, nei ghiacciai. Ho via via aggiunto delle ballate musicate e cantate da Lorenzo Monguzzi. Ma l’antologia di racconti è stata solo il punto di partenza per costruire storie andando a scuola dallo scrittore. So che le sue frasi non si possono “parlare” semplicemente, che bisogna reinventarne un ritmo orale, farne repertorio per una drammaturgia». È stato sicuramente affascinante e profondo, come sempre, il lavoro di approfondimento e di creazione di Marco Paolini, che ha generato questo ispirato spettacolo: una successione di tre racconti, più due ballate ideate sulla base di un episodio della vita di London.

Il primo racconto è ironico, lieve, parla di Macchia, un cane con un occhio nero, bello, simpatico e furbo. L’unico cane da slitta che non sa, o non vuole tirare. Un cane con sentimenti quasi umani, che sente come suoi i diritti degli uomini. Un cane che ha sempre fame, che ruba e uccide, per gioco e per furbizia, polli, conigli e quant’altro di commestibile. L’unico cane che annusa la carestia in tempo per andarsene prima di diventare cibo per gli umani. Un cane con un senso dell’orientamento disarmante, capace di ritrovare i suoi proprietari che cercano di liberarsene con rocamboleschi quanto inutili stratagemmi.

Il secondo racconto cambia il tono della narrazione. Bastardo è il cane protagonista, scelto nella cucciolata perché brutto e ringhioso, Black Leclère il suo padrone. Li lega l’odio. Cresceranno in simbiosi, nel freddo, nella fatica, nella paura reciproca. In un crescendo che sembra culminare in una lotta disperata tra i due in cui il cane semi distrutto dalle bastonate ancora ringhia il suo odio. Leclère non lo finisce, ma lo cura, cura prima le sue ferite di quelle infertegli dal cane. Entrambi si riprendono, ciascuno coltivando la dipendenza dall’altro, fino a quando Leclère, per errore finirà con il cappio al collo. Non ha colpe, non per quel cappio almeno, ma quella corda sarà l’occasione per Bastardo di vendicare il suo orecchio sordo, le tante angherie: sarà lui a farlo scivolare, impiccandolo. Ma morirà a sua volta, per mano degli accusatori, come ultimo desiderio del condannato.

Il terzo racconto è la scintilla da cui è scaturito lo spettacolo. To build a fire – Preparare un fuoco. La storia, più volte riscritta dallo stesso Jack London è quella di un uomo e del suo cane, entrambi senza nome, che durante la corsa all’oro, nello Jukon tentano una strada più breve ma più rischiosa. Partire da solo, contando solo su sè stesso, ignorando i consigli dei vecchi sarà fatale all’uomo. Gli errori, apparentemente piccoli, determineranno la morte del protagonista che non riuscirà a sopravvivere al gelo, ad accendere il fuoco che potrebbe salvargli la vita. Il cane incredulo non riuscirà a cambiare le certezze ed assisterà alla resa dell’uomo all’inevitabile, salvandosi… forse.
Il racconto originale non chiarisce questo punto. Lo fa Paolini, il quale rivela che se può raccontare questa morte è perché lui, in tutte queste storie, ha assunto un diverso punto di vista: «Se posso raccontare la morte dell’uomo è perché io, in tutte queste storie, sono sempre stato il cane».

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Enrico Matzeu
Direttore artistico di Taglia Corti. Scrive di moda, costume, design e tv per molte testate on-line e commenta la televisione ogni sabato su Rai Tre a TvTalk.