Parigi, diario di un giorno di libertà

Parigi. 11.01.2015
Noi c’eravamo, spettatori di una giornata dove protagonisti indiscussi sono stati i francesi: giovani donne con i loro bambini, studenti di ogni età e anziani, ebrei, cattolici e mussulmani e di certo ci sarà stato più di qualche ateo a completare il quadro.

Alle 14.45 siamo a Notre Dame, in ritardo sulla tabella di marcia. In un quarto d’ora è impossibile raggiungere Place de la Republique, punto di partenza della manifestazione indetta in segno di solidarietà a tutte le vittime delle stragi degli ultimi giorni nella capitale francese., considerando che diverse stazioni della metro sono chiuse. Imbocchiamo così Boulevard de Sebastopol in tutta fretta e scopriamo di non essere soli. La via inizia ad affollarsi di gente di tutte le età intenta a raggiungere la piazza, chi a piedi chi in bicicletta e chi sui pattini. Più proseguiamo più la folla si stringe numerosa, fino ad imboccare Rue De Turbigo, che porta direttamente allo start della manifestazione.

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Come giriamo nella via ci fermiamo, tutti. L’unica cosa che riusciamo a comprendere e a immortalare con il cellulare è un oceano di persone. I quotidiani francesi parlano di 2,7 milioni di manifestanti che hanno sfilato domenica a Parigi. Quello che possiamo dirvi noi è che in quel momento raggiungere Place de la Republique sembrava impossibile per quante persone c’erano in quella via, e per quante ancora stavano arrivando da tutte le vie secondarie. Come un fiume coi suoi affluenti, come un autostrada a tre corsie. Come 10 volte la popolazione di Trieste tutta riversata nelle strade di un’unica città.  «La manifestazione in assoluto più grande di Francia» diranno poi tutti i giornali europei.

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Ondate continue di applausi: Così inizia la manifestazione. E Per cercare di afferrare in maniera il più completa possibile questa giornata così significativa, decidiamo di seguire i molti che lasciano la via principale per tagliare nei viottoli secondari e arrivare un po’ più vicino a quella testa che non raggiungeremo mai. Così ci avviciniamo piano piano alla Bastille, tappa intermedia di questa marcia “repubblicana”. E in questo nostro proseguire incontriamo ancora persone, che sembrano quasi moltiplicarsi, nelle vie e nelle strade, tutti con una forte volontà di partecipare. Sono talmente in tanti che il teatro della manifestazione è diventata oramai la città intera. Seguendo il flusso, ci ritroviamo, sorpresi e un po’ interdetti, sul luogo della strage di mercoledì 7 gennaio, nella via che si affaccia in Rue Nicolas Appert, sede di Charlie Hebdo. Tra fiori e candele sono in molti a rendere omaggio alle vittime, in un atmosfera che è a dir poco toccante, così come i molti messaggi di solidarietà di lì non molto lontano sul luogo dell’uccisione del poliziotto mussulmano Ahmed Merabet.

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Una marcia piena di cartelli, di pensieri. Due donne restano ferme in mezzo alla strada, per poco non le urtiamo; sulle loro schiene un foglio con scritto «io sono Charlie, io sono mussulmano, io sono ebreo, io sono un poliziotto, io sono francese». Je suis Charlie è diventato un hashtag virale. Non necessariamente perché tutti condividano i contenuti delle vignette del settimanale satirico, ma per l’importanza che in questo momento rappresenta dirlo a perdifiato: io sono Charlie, io sono la libertà di espressione, che non muore o scompare di fronte al terrore. Una libertà che si puo pensare esser portata all’eccesso talvolta ma che rappresenta per la Francia intera un valore fondamentale insieme ad uguaglianza e fratellanza. Io sono Charlie è una risposta ai fatti di questi ultimi giorni. Una risposta con la solidarietà e non con l’odio, all’interno di una realtà multiculturale com’è quella parigina. Igiaba Scego scrive sull’Internazionale «Forse se si vuole vincere questa guerra contro il terrorismo l’Europa si dovrà affidare a quello che ha di più forte, ovvero i suoi valori. Chi ha ucciso sa che si scatenerà l’odio. Ora dovremmo non cadere in questa trappola. Ribadire quello che siamo: democratici». Oggi Parigi e i francesi c’è l’hanno dimostrato. Forse liberté, égalité et fraternité è davvero il miglior modo per vincere la battaglia.

Gli inviati Annalisa Marchesi e Francesco Scarcia

 

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By | 2015-01-13T11:48:56+00:00 13/01/2015|Categories: Giovani e società, Magazine|Tags: , , |0 Comments

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