Perché Birdman è da Oscar (secondo noi)

È Birdman il film vincitore dell’87° Academy Award, la cerimonia cinematografica più guardata dell’anno. La pellicola del regista messicano Alejandro Gonzalo Iñárritu si porta a casa l’Oscar più ambito, insieme ad altre tre statuette.
Personalmente, all’inizio, ero soddisfatta, ma stupita di questa sentenza, perché mi sembrava che il film in questione non fosse sufficientemente patriottico da soddisfare i canoni hollywoodiani.
Forse, però, analizzandolo in maniera distaccata, qualcosa al sapor di Hollywood si può riscontrare. In fondo parla di un attore che cerca di ricostruirsi una carriera nel teatro, dopo aver abbandonato il ruolo di Uomo Uccello che gli aveva regalato fama e ricchezza nei suoi anni giovanili. Forse così l’Academy voleva sottolineare come il cinema d’Oltreoceano non si fondi unicamente su tutine attillate, muscoli ed effetti speciali, ma anche su come riesca a dare importanza al dramma umano generale, e non solo statunitense. 

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Birdman è stato proprio uno di quei film che è riuscito a farmi pensare in qualche modo alla vita in sé, nei suoi aspetti più complicati. La storia ci presenta un uomo, Riggan Thomson, che vuole portare in scena a Broadway un’opera dal titolo What We Talk About When We Talk About Love, su cui si potrebbe aprire un capitolo infinito: che cos’è l’amore? Perché una cosa così bella è sembra estremamente complicata alle volte? Eccetera, eccetera. Riggan ha il terrore che lo spettacolo possa essere un flop, e piano piano si rende sempre più conto quanto ciò non abbia una reale importanza, perché quello che desidera sul serio è ristabilire un rapporto con la figlia, appena uscita dalla riabilitazione, e dimostrare che lui non è solo un supereroe su pellicola. Benché sia proprio il suo forte ego a spronarlo a non mollare, nemmeno quando resta in mutande a Times Square, lui sembra volersi liberare a tutti i costi dell’immagine che ha di se stesso, di quando era ancora qualcuno.
I ritmi sincopati della colonna sonora e i piani sequenza hanno collocato il film nel mezzo tra sogno e realtà, coinvolgendo lo spettatore sino in fondo, facendogli balenare alla mente qualche domanda esistenziale, suscitate anche dai dialoghi profondi. La scena finale, poi, è squisitamente ironica. In fondo la vita è proprio questo: un lungo piano sequenza da cui non puoi prenderti pause. 

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By | 2015-02-23T13:03:03+00:00 23/02/2015|Categories: Magazine|Tags: , , , |0 Comments

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Marta Zannoner
Prima o poi la troverò una frase accattivante da scrivere. Forse.