Quando la scuola è omofoba

In seguito al suicidio di Andrea, il quindicenne di Roma che ha deciso di togliersi la vita perché attaccato dagli omofobi, un ventenne di Udine parla a Repubblica in un articolo uscito questa mattina. Ha raccontato la sua storia da omosessuale alle prese ormai da sei anni con insulti e denigrazioni sia da parte di alcuni compagni, che dai professori. “Frocio”, “finocchio” e “checca” sono solo alcune delle parole che quotidianamente si sente dire in classe.

Locandina della campagna nazionale contro l’omofobia

Dopo aver subito in silenzio per tutti questi anni il giovane ha tirato fuori il suo carattere ormai rafforzato, un muro frangiflutti contro la ridicolizzazione. Ha deciso così di alzare la voce e di far valere i suoi diritti parlando alla stampa. “Non è che le battute sono finite” ha detto, “è che io reagisco. Dopo l’outing forzato della mia amica, ho subito per cinque anni. In silenzio. Fa male pensare che chi mi stava vicino non si sia accorto del mio disagio” ha continuato “Non è una critica ai genitori. Penso soprattutto, in questo caso, agli insegnanti”, spesso infatti anche chi dovrebbe tenere sotto controllo queste situazioni sottovaluta i problemi che atteggiamenti così, protratti nel tempo, possono portare. Oltre a Repubblica il giovane ne ha parlato anche sul Messaggero Veneto, il suo prossimo passo sarà raccontare la sua storia al provveditorato degli studi.

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By | 2012-12-05T18:33:51+00:00 05/12/2012|Categories: Magazine|Tags: , , , |0 Comments

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Chiara Zanchetta
In testa un uragano di idee, in tasca due lauree in Comunicazione. Nella vita? Chi lo sa