Ricerca e investimenti: in Italia si riapre il dibattito

La ricerca è tornata ad essere argomento se non di primo piano, almeno di grande dibattito, in televisione e sui giornali. Il 14 settembre, infatti, Elena Cattaneo – neo senatrice a vita – è stata ospite di Otto e Mezzo, la famosa trasmissione di politica condotta da Lilli Gruber su La7. Durante la puntata, Cattaneo ha evidenziato il grande gap tra gli stipendi dei ricercatori italiani e quelli di altri paesi. Durante la sua carriera di ricercatrice ha dichiarato di prendere 3.300 euro al mese, mentre gli stipendi di molti altri suoi colleghi andavano dai 1.600 ai 1.700 €. Tuttavia, secondo la neo-senatrice, all’estero si guadagna cinque volte tanto.

Elena Cattaneo, dal 30 agosto 2013 è la più giovane senatrice della storia della Repubblica Italiana. Ha solo 50 anni. (foto da ilpost.it)

Il Corriere della Sera (qui l’articolo) chiarisce innanzitutto un punto fondamentale. Si deve infatti distinguere chi fa ricerca all’interno dell’Università e chi la fa per conto di enti di ricerca. Si legge nel testo: “I primi possono contare su una retribuzione lorda mensile iniziale di 1.705 euro che a fine carriera sale a 5.544 euro. I secondi, invece, all’ingresso guadagnano in media 2.400 euro” per poi avere la possibilità di raggiungere una quota vicina ai 7.500 euro.

Lo stesso articolo precisa che a breve uscirà la classifica del Times Higher Education, dove la Corea del Sud primeggia per valore dato ai propri ricercatori: quasi 93mila dollari cadauno, contro i 73mila olandesi e i 63mila del Belgio. In questa graduatoria l’Italia si fermerebbe al 24esimo posto con 14.400 dollari.

Prima di giudizi affrettati è chiaro che bisogna aspettare l’ufficialità della cosa. C’è da vedere se in questa classifica si tiene conto anche della qualità della vita di ciascun paese, che ovviamente cambia a seconda delle risorse a disposizione. Ma intanto il sasso è stato lanciato. Anche perché dal problema degli stipendi è facile arrivare a quello degli investimenti, argomento molto scottante in chiave europea. Entro il 2020, infatti, l’Unione Europea ha stabilito che tutti i paesi membri dovranno raggiungere il 3% degli investimenti in rapporto al proprio Pil. L’Italia, seppur con un lieve e recente aumento, risulta ancora all’1,3%, contro Finlandia, Svezia e Danimarca che hanno già superato la soglia stabilita, e la Germania che è a loro molto vicina. È il caso di sbrigarsi, il tempo a nostra disposizione non è poi così tanto.

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Simone Firmani
Ho 25 anni, una laurea specialistica in Scienze Politiche e sono giornalista pubblicista. Seguo l'evoluzione dell’informazione multimediale, ho una passione morbosa per il punk rock, un passato da cestista e un futuro ancora tutto da scrivere. Il presente? È qui, su Radioincorso.it.