Status e tweet per capire la personalità di chi scrive

Fabio Celli, il ricercatore che presenterà i risultati alla MIT di Boston.

La personalità che traspare dai nostri status o dai nostri tweet coincide con quella del mondo reale? È un argomento controverso a cui si dedicano ormai studiosi di varie discipline, alcuni dei quali sono giunti alla conclusione che non solo siamo forse ancora più “reali” nel web, ma che il computer possa apprendere la nostra personalità analizzando le nostre attività nei social network. Questa almeno è la tesi di alcuni ricercatori del Laboratorio Linguaggio, Interazione e Computazione (CLIC Labs) del Centro Interdipartimentale Mente/Cervello dell’Università di Trento.

All’interno del gruppo di studiosi c’era anche Fabio Celli, che ha recentemente pubblicato il manuale “Adaptive Personality Recognition from Text”. Secondo i suoi studi il modo in cui scrivete i vostri status vi colloca in una delle ‘Big Five’, le cinque caratteristiche essenziali per definire la personalità: nevroticismo, estroversione, apertura, amabilità e coscienziosità. «In base a recenti studi psicologici è possibile correlare i tratti dello scritto con quelli della personalità: ad esempio, chi usa molta punteggiatura ha un basso tasso di estroversione e un alto tasso di apertura all’esperienza, chi parla molto spesso della famiglia ha un basso tasso di apertura all’esperienza, e chi utilizza parole più lunghe di 6 caratteri è solitamente più introverso» ha affermato Celli. Il campione di studio era molto vasto, è stato studiato il contenuto pubblico di 13 mila utenti Twitter e di un migliaio di utenti Facebook, e dopo aver seguito alcune linee guida ed effettuato test offline e online, il riconoscimento risulta efficace con un affidabilità del 60%, arrivando talvolta addirittura al 90%, con prospettive molto promettenti.

I risultati ottenuti finora verranno presentati l’11 luglio al Massachusetts Institute of Tecnology di Boston, durante il primo workshop sul tema. «Studiando i dati, abbiamo rilevato che gli utenti emotivamente stabili conversano con una cerchia ristretta di persone; invece gli utenti classificati come nevrotici tendono ad avere interazioni più deboli: spesso non ricevono risposta e cercano di conversare con individui più lontani nella rete, come se non riuscissero a stabilizzare i legami conversazionali e ne cercassero di nuovi» ha spiegato il ricercatore. Sembrano nozioni inutili, ma sapere quali utenti permettono ad un potenziale messaggio o idea di diffondersi più facilmente è di estrema importanza nel campo del ‘marketing virale’, cioè il passaparola virtuale. Altre applicazioni previste per lo studio sono il riconoscimento della menzogna in ambito forense e lo studio dei comportamenti e dei disturbi a essi legati.

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By | 2013-07-04T10:06:35+00:00 04/07/2013|Categories: Scienza&Ricerca, Università|Tags: , , , |0 Comments

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Chiara Zanchetta
In testa un uragano di idee, in tasca due lauree in Comunicazione. Nella vita? Chi lo sa