#SulPezzo – Bombardati da milioni di notizie, facciamo fatica a comprendere la realtà. Perché?

Oggi, martedì 29 ottobre 2013, è giusto fare una piccola riflessione. Questa riflessione si basa su argomenti di cui sentiamo parlare ogni tanto con grande enfasi, ma che poi, passata la “sbornia” di notizie, di commenti e di analisi, lasciamo in un angolino dimenticato della nostra mente per poi riprenderli e iniziare tutto d’accapo.

La legge elettorale, la riforma della scuola, la riforma della giustizia, la riduzione del cuneo fiscale. E ancora: il problema delle carceri, il caso diplomatico dei dissidenti kazaki, i continui casi di corruzione: P2, P3, P4 – e gli immigrati a Lampedusa. Infine ci sono la legge sul conflitto d’interessi e la legge sull’informazione per migliorarne la qualità in Italia.

I giornali, uno dei mezzi d’informazione ancora più importanti

Provate a pensare a cosa vi ho appena elencato. Si tratta di numerose vicende passate sulle pagine dei giornali, per radio, in televisione e su Internet. Ora provate a pensare a quante di quelle vicende sono chiare nella vostra memoria. Sono poche vero? Questo perché il racconto mediatico è raramente completo. I giornali, come scrive David Randall nel suo libro Il Giornalista Quasi Perfetto, devono innanzitutto incuriosire il lettore e, per farlo, devono raccontare sempre qualcosa di nuovo. Una notizia, per essere tale, deve appunto essere nuova: non deve essere ancora stata pubblicata. Ma poi, per forza di cose, dopo un certo periodo non attira più l’attenzione. E allora bisogna puntare su qualcos’altro.

Il racconto giornalistico segue quindi un procedimento tipicamente mediatico: una notizia nasce, si sviluppa e muore a seconda dell’interesse che si crea attorno ad essa. Alcune vicende si concludono definitivamente, ma altre continuano ad evolversi senza che nessuno ne parli più. La realtà è infatti complessa e questo incide sulla comprensione degli eventi. Prendiamo ad esempio il caso della Siria. Dopo averne parlato assiduamente per quasi un mese, ora i giornali pubblicano si e no qualche riga a riguardo. Ma se una persona non si interessa direttamente del caso, difficilmente saprà cos’è successo negli ultimi dieci-venti giorni.

Francesco Costa scrive sul Sole 24 Ore:  “L’improvviso e pressante interesse dell’opinione pubblica per il destino della Siria è durato molto poco. A voler essere precisi, è durato il tempo intercorso tra il giorno in cui gli Stati Uniti hanno detto che bisognava occuparsi delle atrocità che stavano accadendo in Siria e il giorno in cui la prospettiva di un intervento statunitense è stata accantonata“. Questo significa che l’importanza della notizia è data anche dagli attori sociali che sono in gioco. Se questi non avessero un certo potere mediatico, probabilmente il fatto ci sarebbe sconosciuto.

A questo si aggiunge il cosiddetto He said/she said Journalismdefinizione di Jay Rosen che sta ad indicare quel giornalismo fatto solo di dichiarazioni senza alcuna spiegazione aggiuntiva. Un modo di scrivere molto comune al giorno d’oggi. Si segue un evento, si riportano le dichiarazioni di un politico e alla fine si aggiungono quelle dello schieramento opposto che spesso stanno agli estremi. Ma una verifica di quanto detto non viene effettuata.

Anche i Social Network possono essere un utile strumento di informazione. Ma bisogna stare attenti alle bufale che girano spesso in rete.

Questi modi di raccontare la realtà possono quindi limitare la comprensione di quanto avviene nel mondo reale. Scrive Cesare Martinetti su La Stampa: “Viviamo di flash emozionali (…) senza mai riuscire a sfiorare i problemi che pure queste vicende avevano fatto emergere (…). Ogni problema che compare nella nostra società finisce in una centrifuga emotiva che si alimenta di rancori, magari indefiniti, ma vivi e sempre partigiani. E l’interesse generale – o nazionale – rimane un concetto sconosciuto”.

Da una parte c’è quindi la necessità di sopravvivere di un giornale, cercando di scovare novità in continuazione, il che, diciamoci la verità, non è di certo facile. Allo stesso tempo, però, questo modo di raccontare – spesso frenetico e caotico – può influenzare il pubblico di lettori e il loro approccio alla realtà, facendo loro dimenticare quanto accaduto appena un mese prima. Di chi è quindi la responsabilità? Di chi scrive o di chi legge?

La verità probabilmente sta nel mezzo. Dove finiscono i compiti del giornalista – che sono quelli di cercare, di controllare ed infine di scrivere – iniziano quelli del lettore che come tale legge, ma dopo dovrebbe verificare e, quindi, cercare e controllare a sua volta. Con Internet questo lavoro diventa alle volte più semplice, in quanto una notizia si può verificare in maniera immediata. Tuttavia sorge una domanda spontanea: quanti di questi potenziali lettori hanno effettivamente la volontà per farlo?

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By | 2013-10-29T11:36:07+00:00 29/10/2013|Categories: Mondo, Politica|Tags: , , , |0 Comments

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Simone Firmani
Ho 25 anni, una laurea specialistica in Scienze Politiche e sono giornalista pubblicista. Seguo l'evoluzione dell’informazione multimediale, ho una passione morbosa per il punk rock, un passato da cestista e un futuro ancora tutto da scrivere. Il presente? È qui, su Radioincorso.it.