#SulPezzo – Come cambia il giornalismo

Cinque giorni fa il Corriere della Sera ha cambiato aspetto al suo sito online. Tra le novità che balzano immediatamente all’occhio ce ne sono tre in particolare: le immagini sono aumentate notevolmente, di numero, di grandezza e quindi di importanza; gli articoli interni permettono al lettore di leggere più in tranquillità, poiché il carattere è più grande e c’è un’interlinea maggiore; attorno al testo dell’articolo, vengono inseriti altri articoli di argomenti simili che potrebbero interessare nuovamente il lettore. Obiettivo? Farlo rimanere sul proprio sito il più possibile.

La nuova grafica di Corriere.it. Le immagini la fanno da padrone.

Non si tratta certamente di una nuova tecnica. Se andiamo a vedere ciò che aveva fatto a sua volta il New York Times, ancora un anno fa, scopriamo come gli americani siano ancora avanti rispetto a noi. Da precisare che, se il Corriere ha basato tutta la propria home sull’impatto visivo dell’immagine, il New York Times rimane ligio all’importanza dei titoli, in modo tale che un lettore clicchi in base al contenuto della notizia. Quello che forse manca al Corriere è poi l’ordine in cui contenere le notizie. Non avendo impostato alcuna categoria sullo scrolling della pagina principale, si rischia di rimanere disorientati, passando da notizie economiche a notizie di gossip senza nemmeno accorgersi.

Al di là di quello che il Corriere ha prodotto, c’è da specificare come il giornalismo abbia bisogno di rinnovarsi, andando al passo con le nuove tecnologie. Ad esempio, su internet ormai ci sono quasi 3 miliardi di persone, ma solamente la metà legge articoli giornalistici. Oltretutto, gran parte dell’uso online si sta spostando dal computer agli smartphone e alla tecnologia mobile. Questo induce le testate giornalistiche a ridisegnare i propri siti anche in virtù di questa tendenza. Infine, l’importanza dei social network come ben sapete è ormai assodata, in quanto all’articolo non si arriva quasi più tramite il giornale, ma tramite Facebook o Twitter o chi per loro. Questo comporta un’ulteriore attenzione verso i contenuti e il modo per pubblicizzarli.

C’è infine un’altra tendenza, che piano piano il mondo del giornalismo internazionale sta provando a rimettere in discussione: il discorso di pagare le notizie. È chiaro che con un numero infinito di blog e piattaforme, molte delle notizie verranno conosciute in ogni caso, ma allo stesso tempo le testate giornalistiche più influenti stanno cercando di abituare il proprio pubblico a pagare per leggere. È il caso del New York Times (sempre lui, sì), il quale permette di leggere gratuitamente solo 10 articoli al mese, inducendo quindi il lettore a registrarsi e pagare una quota settimanale; ma lo stesso fanno il Wall Street Journal e il Financial Times. Se pensate che lo facciano solo gli altri, però, vi sbagliate di grosso: anche La Stampa, ad esempio, ha iniziato a produrre contenuti definiti “premium”, cioè di approfondimento. E per leggerli bisogna, appunto, pagare. Che si tratti di una svolta?

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Simone Firmani
Ho 25 anni, una laurea specialistica in Scienze Politiche e sono giornalista pubblicista. Seguo l'evoluzione dell’informazione multimediale, ho una passione morbosa per il punk rock, un passato da cestista e un futuro ancora tutto da scrivere. Il presente? È qui, su Radioincorso.it.