#SulPezzo – Quale futuro per i giovani?

Un problema irrisolto. È dal 2008 che il tasso di disoccupazione aumenta nel nostro paese, è dall’autunno 2013 che quello giovanile (15-24 anni) segna record su record, superando il livello del 1977, anno in cui l’Istat iniziò a misurare un tale dato (ora è al 46%). I governi si susseguono: Berlusconi, Monti, Letta, Renzi. Tuttavia nel breve periodo sembra impossibile invertire la rotta, nonostante i numerosi tentativi di incentivare le imprese ad assumere nuovi talenti.

Non va tanto bene nemmeno per chi ha un’età superiore, cioè tra i 25 e i 34 anni: anche in questo caso si tratta di un tasso di disoccupazione molto elevato: il 43%. In questo dato è compreso soprattutto chi si è laureato (badate bene però: non lo sono tutti), il che porterebbe nuovamente il dibattito sull’importanza o meno del titolo di studio al giorno d’oggi. Se ne discute parecchio, perché l’università non prepara adeguatamente, perché c’è poco contatto con le imprese, perché i nostri coetanei stranieri hanno una marcia in più. Tutto condivisibile, ma è necessario approfondire il discorso dando anche un’occhiata allo scenario al di fuori delle mura delle università.

Trovare lavoro per i giovani italiani è sempre più difficile

Il contesto. Innanzitutto è bene comprendere come il mondo del lavoro stia cambiando, con le sue richieste e le sue nuove caratteristiche. Nel libro Futuro Artigiano di Stefano Micelli, ad esempio, si delinea una situazione molto chiara: i lavori dove non sono fondamentali le relazioni personali sono destinate ad essere dislocate laddove costano meno. Questo significa che le attività lavorative vittime dell’off-shoring non saranno più soltanto quelle effettuate in una fabbrica, ma pure ad esempio quelle nell’ambito della comunicazione: un’agenzia che studia gli interessi di potenziali clienti per un’impresa, se avente la conoscenza dell’italiano, potrebbe benissimo sostituire una che lavora all’interno del territorio. Dall’altra parte, un meccanico potrebbe avere più sicurezza sul proprio lavoro, perché se ho una motocicletta d’epoca che voglio riparare so benissimo che potrei rivolgermi a lui, in quanto di lui mi fido.

Alcune alternative. Tuttavia perché ci sia garanzia nel lavoro bisogna avere bene in mente quello che si vuole fare, ma soprattutto le competenze specializzate per farlo. Essere creativi e conoscere infine gli strumenti con i quali poter valorizzare la propria attività è un’ulteriore forza. Esistono diverse e nuove vie per poterlo fare: gli spazi di economia collaborativa come il coworking e il Fab Lab possono avere un impatto positivo sul lungo periodo. Inoltre si parla spesso di Start-up, cioè quelle imprese innovative nella loro fase iniziale che con la propria creatività cercano di offrire progetti nuovi e competitivi, spesso affiancati dalle nuove tecnologie.

Il problema però è che in Italia c’è un’eccessiva proliferazione di questi nuovi attori economici che rischia di illudere i giovani imprenditori che aprire una start up sia la soluzione alla crisi economica. In Italia il numero di start up è di tre volte superiore a quelle presenti a San Francisco, ma il numero di investitori che rischiano nei loro progetti è appena un terzo di quelli della Silicon Valley. Se si vuole cambiare qualcosa in questo Paese si deve tenere conto anche di questo.

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By | 2017-02-12T16:21:19+00:00 17/06/2014|Categories: Magazine, Politica|Tags: , , , , , , , |0 Comments

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Simone Firmani
Ho 25 anni, una laurea specialistica in Scienze Politiche e sono giornalista pubblicista. Seguo l'evoluzione dell’informazione multimediale, ho una passione morbosa per il punk rock, un passato da cestista e un futuro ancora tutto da scrivere. Il presente? È qui, su Radioincorso.it.