#TheWorldPress – La Turchia dopo Gezi Park

A fine maggio l’attenzione internazionale si era focalizzata sulla Turchia e sulle manifestazioni di protesta scoppiate al Gezi Park di Istanbul contro la distruzione del parco voluta dal governo. La causa ambientalista venne sfruttata da una parte dei cittadini per esprimere il loro dissenso nei confronti del primo ministro Recep Tayyp Erdogan e la deriva islamista che stava prendendo la Turchia a causa di alcune leggi volute dal premier. Miglia di persone scesero nelle strade e le manifestazioni si diffusero a macchia d’olio in tutto il Paese provocando la violenta reazione delle autorità che risposero alle proteste con una dura repressione. La polizia utilizzò sui manifestanti proiettili di plastica, lacrimogeni, gas urticanti e cannoni ad acqua. Secondo l’Associazione medica turca negli scontri sono rimasti feriti più di 8000 persone, cifre confermate dal rapporto “Gezi Park protests: brutal denial of the right to peaceful assembly in Turkey” pubblicato ad inizio ottobre da Amnesty International. In quei tragici giorni, in cui gli occhi del mondo erano puntati su Gezi Park, rimasero uccisi cinque ragazzi: Abdullah Comert (22 anni), Alì Ismail Korkmaz (19 anni), Ethem Sarisuluk (26 anni), Mehmet Ayvalitas (20 nni), Medeni Yildirum (18 anni). Bisogna contarne purtroppo anche un sesto, Ahmet Atakan di 22 anni, colpito alla testa da un candelotto di gas lacrimogeno a metà settembre quando la Siria monopolizzava l’informazione italiana e dei morti turchi non interessava più a nessuno. Provate a cercare Ahmet Atakan su Google e scoprirete che i siti dei principali quotidiani italiani che riportano la notizia degli scontri di settembre sono molto rari.

Gli scontri di Gezi Park Istanbul.

Dopo l’estate calda qual è la situazione attuale in Turchia? Prima di tutto le manifestazioni sono riuscite ad impedire la distruzione del Gezi Park. In seguito, il 30 settembre, il premier Tayyp Erdogan, per placare le proteste in patria e ripulire la sua immagine di feroce despota agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, ha varato un programma di riforme denominato “pacchetto democrazia”. Inoltre qualche giorno fa la Commissione europea ha pubblicato un rapporto sullo stato di avanzamento dei negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione Europea, il quale ci offre una giusta immagine della situazione attuale turca. Ma andiamo con ordine.

Il pacchetto per la democratizzazione contiene importanti riforme che riguardano la giustizia, le minoranze religiose e prevede norme che riconoscono l’identità dei curdi, un passo avanti verso una riconciliazione tra le due componenti nazionali dopo anni di persecuzioni turche nei confronti di questa minoranza. In particolare viene concesso l’insegnamento della lingua curda, ma solo nelle scuole private, i nomi “turchizzati” torneranno alla loro digitura originaria curda ed è stato cancellato il bando delle lettere (w, q, x) utilizzate dai curdi ma non presenti nell’alfabeto turco. In futuro dunque non si rischierà di finire in carcere se si vorrà dare al proprio figlio un nome che contenga tali lettere. Proposte positive, ma non ancora abbastanza tanto che il principaleartito curdo (Bdp) ha espresso le sue riserve. D’altronde tutto il “pacchetto democrazia” sembra un insieme di buone riforme, ma nel complesso non sufficienti. La cancellazione del divieto per le dipendenti pubbliche di indossare il velo ha tutta l’impressione di essere un favore alla professione religiosa dell’islam e non invece un riconoscimento della libertà personale. L’insufficienza delle riforme non finisce qua. Alla chiesa ortodossa siriaca è stato restituito l’antico monastero di Mor Gabriel, ma nulla è stato fatto per la chiesa greca ortodossa che rivendica l’apertura del seminario di Heybeliada, chiuso dopo il colpo di stato del 1971; sono stati ingnorati anche gli aleviti, una setta islamica più tollerante di quella sunnita maggioritaria nel Paese, che attendono ancora il riconoscimento del loro culto. Sono state inasprite le pene per i crimini generati dall’odio religioso o razziale, mentre non si prendono in considerazione le disciminazioni di tipo sessuale. In ambito politico si fa riferimento all’abbassamento della soglia di sbarramento, ora del 10%, per accedere al Parlamento, inutile se questa non è seguita da un’adeguata riforma elettorale che tuteli la pluralità politica. Ad esempio un sistema con collegi uninominali favorirebbe ugualmente il partito più forte, il Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP) di Tayyp Erdogan. Oppure se verrà adottato un sistema proporzionale con circoscrizioni molto piccole, questo avrà degli impliciti effetti di sbarramento identici ad una soglia molto alta. Dunque il pacchetto di riforme, nel complesso è il meglio che ci si potesse attendere da un primo ministro ossessionato dall’idea neo-ottomana di una grande Turchia e dunque poco interessato ad ascoltare il suo popolo. Non è comunque sufficiente per imprimere un’accellerazione al processo di democratizzazione turco. L’insieme di riforme privilegia alcune minoranza etnico-religiose dimenticandone altre. Ignora la tutela delle minoranze sessuoli. Non fa niente per promuovere la pluratità politica, la partecipazione, la tutela dei diritti fondamentali quali la libertà di pensiero, di esprimere le proprie opinioni, di informazione e di stampa, tutti strumenti che avrebbero stemperato la forte polarizzazione che esiste nella società politica e civile turca.

Le violente proteste turche.

A simili conclusioni è giunto anche il rapporto della Commisione europea sull’avanzamento dei negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione Europea, i quali avevano visto una fase di stallo nel recento passatoe che ora hanno ripreso la loro marcia. Il documento della Commissione giudica positivamente il “pacchetto domocrazia” oltre agli sforzi fatti dalla Turchia negli ultimi anni nel riformare la giustizia e nell’avvio dei processi di pace con la minoranza curda per mettere fine al terrorismo e alle violenze nel sud-est del Paese. Nel rapporto non mancano le critiche. La Commissione sottolinea “la necessità urgente di sviluppare una democrazia veramente partecipativa, in grado di raggiungere tutti i segmenti della società, così come la chiara esigenza di modificare ulteriormente la legislazione penale e riformare la sua interpretazione da parte dei giudici in modo da garantire il rispetto delle libertà fondamentali, inclusa la libertà di espressione e la libertà di riunione”. I limiti alla libertà di espressione hanno dimostrato tutta la loro concretezza durante le manifestazioni di questa estate e la conseguente dura repressione della polizia, criticata anche dalla relazione della Commissione europea. Non solo un problema di epressione ma anche di informazione. Il rapporto infatti denuncia anche la scarsa libertà di cui godono i giornali che spesso subiscono le veline e le censure governative. Basti pensare che durante le proteste di Gezi Park ben 81 giornalisti sono stati licenziati dalle testate per cui lavoravano per aver fatto reportage e servizi sulle manifestazioni.

La calda estate turca è servita almeno per spezzare il dispotismo crescente di Erdogan e la deriva islamista che stava prendendo il Paese. Ma non solo. Dopo queste proteste il governo e più in generale tutta la classe dirigente si è resa conta che in Turchia esiste un’opinione pubblica con una coscienza critica, che vuole essere ascoltata e desiderosa di partecipare alla vita politica dal proprio Paese. A prescindere dalla bontà o meno delle istanze sostenute la grande vittoria di Gezi Park e quella di essere riuscita a risvegliare un popolo. Non è un caso che i manifestanti in questi giorni si sono riuniti intorno ad una nuova proposta politica, diventata partito ad inizio ottobre: il Gezi Partisi. Il simbolo è un albero verde il cui tronco è rappresentato da un uomo. I due simboli delle proteste dell’estate: gli alberi del parco e la partecipazione dei cittadini. Gli obiettivi del nuovo partito sono ancora universali e poco concreti: si parla di promozione della libertà, dei diritti umani, della giustizia, della democrazia, dell’indipendenza. L’azione è comunque da giudicare positivamente perchè è sintomo di una maturità dei manifestanti: si sono forse resi conto che la sola protesta non porta a dei risultati concreti ed è fine a se stessa. Entrando nell’arena politica invece potranno lavorare concretamente, se avranno il consenso per farlo e con gli strumenti legittimi che la politica offre, al progresso democratico della Turchia.

Il Gezi Partisi è ancora in fase embrionale, per il momento comunica solamente tramite la sua pagina facebook ed è tutto da valutare il consenso che raccoglierà intorno a sè in patria. La maturazione democratica della Turchia per il momento può essere affidata solo all’Unione Europea e i negoziati per la sua adesione all’UE sono un utile strumento di pressione sul governo turco affinchè faccia quelle riforme necessarie per considerare la Turchia una piena democrazia.

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By | 2013-10-25T15:23:39+00:00 25/10/2013|Categories: Mondo, Politica|Tags: , , , , |0 Comments

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