Tre Alberghi in Sala Bartoli

La cinica cultura del capitalismo, lo sfruttamento del Terzo Mondo, un attualissimo ragionamento politico calato nella parabola di una coppia in cui marito e moglie “crescono” e reagiscono in modo diverso. In Tre alberghi a spietata scrittura di Jon Robin Baitz e la regia di Serena Sinigaglia si fondono in uno spettacolo tagliente ed emozionante interpretato da Francesco Migliaccio e Maria Grazia Plos. Per la nuova produzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia debutto nazionale il 22 marzo a Trieste e repliche alla Sala Bartoli del Politeama Rossetti fino al 3 aprile 2016.

Ken e Barbara. Un marito, una moglie. Un tempo, carichi di ideali sognavano di cambiare il mondo, militavano nei Peace corps. Poi si cresce, e Ken sogna di cambiare il Terzo Mondo lavorando in una multinazionale che sforna prodotti adatti a quei paesi. Ma una multinazionale fa affari, business, e Ken – interpretato da Francesco Migliaccio – senza quasi accorgersene, cambia pelle: ora è uno di quei tagliatori di teste, che la Ditta manda in giro per il mondo a licenziare chi non funziona più… o chi si è reso conto che la baby formula di un latte in polvere per le madri africane, forse non fa loro troppo bene!
«L’uomo che ho sposato e l’uomo che vende la baby formula alle madri africane, non sono la stessa persona» confessa Barbara – cui dà vita Maria Grazia Plos – moglie di quel dirigente ormai lontano da lei. Due caratteri complessi, vite in evoluzione, in cui i due attori della Compagnia del Teatro Stabile, si addentrano guidati da Serena Sinigaglia, una delle più complete e interessanti registe del panorama contemporaneo. Per loro ha creato una partitura di intenzioni, sottotesti, interpretazioni, effetti scenici, che si condensano in uno spettacolo significativo, tagliente, emozionante.

«Il testo interseca due piani, quello importantissimo del ragionamento politico anche estremo – commenta la regista – che si può sintetizzare nel concetto che anche il capitalismo ha “una sua cultura”… Siamo abituati a pensare che ne possegga una il comunismo, ma anche il capitalismo ce l’ha, eccome. E porta al suicidio della razza umana. È la cultura della produzione ad oltranza, mentre la terra ha un limite, l’acqua a disposizione è limitata, la nostra stessa vita ha un limite, quindi il concetto di moltiplicare continuamente il consumo è suicida. Si è riflettuto troppo poco su questo, perché siamo portati a intendere il progresso comunque in modo positivo ».
Nato a Los Angeles nel 1961, Baitz è cresciuto fra gli Stati Uniti, il Brasile ed il Sud Africa: un’evoluzione e formazione composita, basata su una moltiplicazione di stimoli e riferimenti, che fa di lui un osservatore molto acuto. La penna, presto, diviene il suo strumento principe per analizzare le relazioni interpersonali ed i problemi del presente. La sua è una drammaturgia “del mondo”, che supera confini e appartenenze sociali o culturali per concentrarsi su argomenti di potente universalità, siano essi radicati nell’intimo di un rapporto privato e familiare o gli vengano ispirati da questioni che riguardano la collettività intera.
Ciò assieme al suo stile secco ed essenziale, talvolta spietato nella sua sincerità, fa di lui un autore autorevole sia nell’ambito drammaturgico sia in quello della sceneggiatura, che gli ha donato la fama internazionale.

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By | 2016-03-21T09:08:16+00:00 21/03/2016|Categories: Magazine|Tags: , , , |0 Comments

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Marta Zannoner
Prima o poi la troverò una frase accattivante da scrivere. Forse.