Turchia, Brasile, Egitto. Il filo conduttore delle proteste

Le proteste in giro per il mondo. Da qualche anno a questa parte abbiamo la sensazione che la popolazione mondiale sia più agitata del solito. In molti paesi più o meno sviluppati, infatti, la gente scende in piazza per protestare contro il proprio governo: chiede una maggiore partecipazione, maggiori diritti e meno tasse. Turchia, Brasile, Egitto sono solo gli ultimi paesi da cui abbiamo notizie di scontri per le strade tra manifestanti e polizia, ma non sono di certo gli unici. Anche in Bulgaria, da più di due settimane, si protesta contro la disoccupazione giovanile, contro la corruzione della politica e contro la mala gestione dei servizi pubblici. Infine, non dimentichiamoci degli Indignados e di Occupy Wall Street.

Scontri in Brasile (da IlsecoloXIX)

Cos’hanno in comune. Immanuel Wallerstein, sociologo di fama internazionale, sul suo sito web (qui il link) ha pubblicato una breve analisi sulla serie di manifestazioni che si stanno sviluppando in molti paesi del mondo. Wallerstein sostiene, infatti, che queste proteste nascano inizialmente di piccole dimensioni e che piano piano si ingrandiscano, chiedendo a gran voce le dimissioni del governo in carica. Chi è al potere risponde generalmente reprimendo le proteste oppure cerca di attenuarle concedendo delle piccole riforme. In un modo o nell’altro questo provoca un’escalation nelle proteste, vuoi per la maggiore rabbia scaturita dalla violenza repressiva delle forze dell’ordine, vuoi per la consapevolezza di poter avere di più dal governo. Infine, le manifestazioni si placano soprattutto per gli enormi sforzi compiuti dai manifestanti che, prima o poi, devono tornare al proprio lavoro. Tuttavia lasciano sempre un’impronta indelebile nel sistema politico. Starà poi ai governi successivi saper incanalare le speranze dei cittadini. In Egitto abbiamo visto che non ci sono riusciti.

Il famoso hashtag simbolo delle manifestazioni in Turchia: #occupygezi (da x-pressed.org)

Secondo l’editorialista del New York Times, Thomas Friedman, oltre ai comportamenti autoritari dei governi, spesso accusati anche di corruzione e nepotismo, c’è da considerare la situazione drammatica in cui versa la classe media (qui il link). Al giorno d’oggi, infatti, per farne parte non basta più lavorare duramente, ma anche doversi saper reinventare, cosa del tutto non facile e piena di rischi. Questo ovviamente genera grande insicurezza e frustrazione nella popolazione. Inoltre, la straordinaria diffusione dei social network permette di amplificare le voci della protesta capaci di raggiungere qualsiasi angolo del pianeta, dando così la possibilità di attirare l’attenzione dei media stranieri.

Come evolverà la situazione? Le proteste, dalla Turchia al Brasile, dall’Egitto alla Bulgaria, hanno tutte sullo sfondo un cambiamento epocale. Il mondo è sempre più globalizzato, molte democrazie stanno nascendo, ma spesso rimangono ad uno stato ibrido, deludendo così le aspettative della popolazione. La crisi economica e le maggiori disuguaglianze, la scarsità delle risorse a disposizione e il progressivo aumento di nascite sono altri fattori da tener bene in conto se si desidera dare una corretta interpretazione di quello che sarà il futuro. Tuttavia non è dato sapere cosa, nello specifico, ci aspetta. Secondo Immanuel Wallerstein è però certo che questi saranno anni decisivi, non solo per questi paesi, ma per tutti noi perché si passerà ad un nuovo sistema economico, completamente diverso dal capitalismo attuale. Migliore o peggiore? Wallerstein risponde: “Lo sapremo fra venti – quarant’anni.”

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By | 2013-07-08T09:00:13+00:00 08/07/2013|Categories: Mondo, Politica|Tags: , , , , , |0 Comments

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Simone Firmani
Ho 25 anni, una laurea specialistica in Scienze Politiche e sono giornalista pubblicista. Seguo l'evoluzione dell’informazione multimediale, ho una passione morbosa per il punk rock, un passato da cestista e un futuro ancora tutto da scrivere. Il presente? È qui, su Radioincorso.it.