Università, "Profumo" di internazionalizzazione

L’apertura delle università italiane agli studenti stranieri deve essere un ‘progetto Paese’“. Lo ha dichiarato Francesco Profumo, attuale ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, in un’intervista rilasciata gli scorsi giorni al Sole 24 Ore. Parole nuove, che spingono verso l’internazionalizzazione e che hanno lo scopo di aprire le porte degli Atenei italiani alle metodologie, ai ritmi, ai tempi di quelle straniere. Più confronto, quindi; più network tra Università europee e non. E sarebbe bene partire con il piede giusto. Cosa significa? Stando alle parole del Misitro “non bisogna pensare nella solita chiave esclusivamente normativa, anche perché, negli anni, di regole e regolette ne abbiamo scritte fin troppe“. Il “progetto Paese” che ha in mente il Ministro, fino a pochi mesi fa Magnifico Rettore del Politecnico di Torino, è l’idea su cui basare la prossima Riforma dell’Università italiana.

Studenti internazionali

Un progetto che coinvolge molti attori, che tocca l’Università, ma anche l’impresa. Ma il problema non sono, almeno per una volta, i soli numeri. “Il problema – spiega Profumo – è quello di aumentare la presenza nelle nostre università di studenti dall’Europa e non. L’obiettivo, però, non è solo statistico: parlo di progetto Paese perché studenti cresciuti in contesti più internazionali sono importanti per le imprese sotto un duplice profilo: i laureati stranieri che possono arrivare all’impresa dopo aver già assorbito la cultura italiana, e quelli italiani già abituati a un contesto internazionale. Uno sviluppo di questo tipo serve a tutti“. Il che implica, evidentemente, uno snellimento nelle procedure che consentono agli studenti italiani di compiere all’estero parte della loro carriera universitaria, o almeno così ci auguriamo.
Le Università più virtuose hanno già incominciato da tempo a ragionare in quest’ottica. Il Politecnico di Milano, infatti, informa che a partire dall’anno accademico 2014/2015, tutti i corsi di laurea magistrale e di dottorato saranno tenuti esclusivamente in lingua inglese. Previste spese per 3,2 milioni di euro allo scopo di assumere docenti stranieri. L’Alma Mater di Bologna e il Politecnico di Torino vantano già enormi successi in tal senso, ed è da queste – dice il Ministro – che dobbiamo prendere esempio. E se è vero che la parola d’ordine è internazionalizzazione, è anche vero che le Università italiane che hanno compiuto simili sforzi non dovranno più essere casi isolati. Questa tendenza dovrà essere resa sistematica, così da rendere sempre più università italiane appetibili per gli stranieri che vogliono studiare nel nostro Paese.
Un’impresa senz’altro non priva di sacrifici, che darà i suoi frutti nel lungo termine. Ci si dovrà focalizzare soprattutto sull’aspetto organizzativo, poiché ad esempio “Chi decide di studiare all’estero, in genere comincia a informarsi un paio di anni prima, e poi presenta domande in più Paesi perché ovviamente non sa dove riuscirà a superare le selezioni. Bisogna eliminare il disallineamento con il calendario internazionale, che è guidato dai tempi anglosassoni questo apre la stagione della selezione nell’autunno dell’anno accademico precedente a quello del corso vero e proprio, e la chiude a gennaio. Noi, che facciamo tutti i test nel settembre dello stesso anno in cui inizia il corso, rischiamo quindi di rivolgerci solo agli studenti che hanno provato senza successo test in altri Paesi“.
Altri spunti di miglioramento potrebbero essere l’adattamento di tutto il nostro calendario accademico a quello della maggior parte delle università straniere, nonché lo snellimento delle procedure relative ai test d’ingresso. Si potrebbero fare mille altri esempi. Al momento la mentalità ci pare quella giusta, dato il contesto globale in cui siamo inseriti. Sebbene per costruire un grattacielo ci vogliano delle solide basi. Si inizi da quelle.

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By | 2017-03-13T14:51:15+00:00 28/02/2012|Categories: Politica, Università|Tags: , |0 Comments

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